
Pio XII, radiomessaggio durante la seconda guerra mondiale 24 dicembre 1943
Venite ora voi, o cristiani, voi, o fedeli, legati da un ineffabile vincolo soprannaturale col Figlio di Dio fattosi piccolo per noi, guidati e santificati dal suo Evangelo, alimentati dalla grazia, frutto della passione e della morte del Redentore. Anche voi sentite il dolore, ma con la speranza di un conforto che viene dalla vostra fede.
Le presenti miserie sono pure le vostre; la guerra distruggitrice visita e tormenta anche voi, i vostri corpi e le vostre anime, i vostri averi e i vostri beni, la vostra casa e il vostro focolare. La morte vi ha spezzato il cuore e inflitte ferite lente a rimarginarsi. Il pensiero a care tombe lontane rimaste forse sconosciute, l'ansietà per gli scomparsi o dispersi, il sospiro bramoso di riabbracciare i vostri amati prigionieri o deportati, vi mettono in una pena che accascia il vostro spirito, mentre un avvenire grave ed oscuro incombe su tutti, genitori e figli, giovani e vecchi.
Paolo VI, Angelus 7 ottobre 1973
Dobbiamo essere assai addolorati di questi fatti, che sembrano documentare l’inguaribile passionalità dell’uomo e il suo facile regresso alla vecchia persuasione (alimentata - ahimé! - dai crescenti e perfezionati armamenti in tutti gli Stati) che le grosse contese non hanno altra soluzione all’infuori del furioso confronto di forze micidiali. Ma quale giustizia, quale pace può sortire da simile confronto? Possibile che la tregua non possa suggerire metodi meno indegni della dignità umana e della logica giuridica e civile? Possibile che il servizio imparziale e autorevole della mediazione sia ancora così debole e inoperante fra i contrastanti interessi collettivi? Il dialogo sarebbe davvero sterile e impossibile, quando, grazie a Dio, ne abbiamo visto in questi anni tanti soddisfacenti risultati? Noi soffriamo, noi piangiamo; ma noi speriamo ancora. Noi ci curviamo ai piedi dei responsabili, e li supplichiamo di non radicalizzare la lotta, di non lasciarsi dominare dallo spirito di vendetta, di non mostrarsi intrattabili davanti a formule di onorevole compromesso, e di ricordarsi che anche coloro, che chiamiamo nemici, sono fratelli!
Benedetto XVI, Angelus a Lorenzago di Cadore 22 luglio 2007
La guerra, con il suo strascico di lutti e di distruzioni, è da sempre giustamente considerata una calamità che contrasta con il progetto di Dio, il quale ha creato tutto per l'esistenza e, in particolare, vuole fare del genere umano una famiglia. Non posso, in questo momento, non andare col pensiero ad una data significativa: il 1° agosto 1917 il mio venerato predecessore, Papa Benedetto XV, indirizzò la sua celebre Nota alle potenze belligeranti, domandando che ponessero fine alla prima guerra mondiale (cfr AAS 9 [1917], 417-420). Mentre imperversava quell'immane conflitto, il Papa ebbe il coraggio di affermare che si trattava di un'"inutile strage". Questa sua espressione si è incisa nella storia. Essa si giustificava nella situazione concreta di quell'estate 1917, specialmente su questo fronte veneto. Ma quelle parole, "inutile strage", contengono anche un valore più ampio, profetico, e si possono applicare a tanti altri conflitti che hanno stroncato innumerevoli vite umane.
Francesco, Angelus 8 settembre 2013
Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio. Per spiegare questa esigenza, Gesù usa due parabole: quella della torre da costruire e quella del re che va alla guerra. Questa seconda parabola dice così: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace» (Lc 14,31-32). Qui Gesù non vuole affrontare il tema della guerra, è solo una parabola. Però, in questo momento in cui stiamo fortemente pregando per la pace, questa Parola del Signore ci tocca sul vivo, e in sostanza ci dice: c’è una guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona: ecco il seguire Cristo, ecco il prendere la propria croce! Questa guerra profonda contro il male!
Oct 11, 2024
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Pio XII, radiomessaggio 24 dicembre 1948
Le dure prove che la Chiesa ha subite a causa della guerra e del dopoguerra, le perdite dolorose e i gravi danni che l’hanno afflitta, non hanno fatto che rendere più confortevole e incoraggiante la sua energia e la sua resistenza; battuta dalle tempeste e dai flutti, essa ha conservato intatta, inviolata, la sua sostanza vitale, e in tutti i popoli, nei quali professare la fede cattolica in realtà equivale a soffrire persecuzioni, si sono trovati e si trovano sempre migliaia di prodi, che, impavidi in mezzo ai sacrifici, alle proscrizioni e ai tormenti, intrepidi dinanzi alle catene e alla morte, non piegano il ginocchio dinanzi al Baal della potenza e della forza. Il gran pubblico ignora il più delle volte i loro nomi; ma essi sono scritti a caratteri indelebili negli annali della Chiesa. È per Noi un dovere di glorificare quei fedeli e quei forti, quegli infaticabili e quei valorosi, quegli eletti e quei benedetti da Dio, a cui le strettezze del tempo presente, i dolori e le lacrime materne della Sposa di Cristo non sono scandalo né stoltezza, ma occasione e stimolo potente a manifestare, non con le parole, ma con gli atti, la rettitudine e il disinteresse dei loro sentimenti, la loro assoluta fedeltà, la generosità sublime del loro cuore.
Benedetto XVI, Angelus 7 agosto 2011
Nel Vangelo incontriamo Gesù che, ritiratosi sul monte, prega per tutta la notte. Il Signore, in disparte sia dalla gente che dai discepoli, manifesta la sua intimità con il Padre e la necessità di pregare in solitudine, al riparo dai tumulti del mondo. Questo allontanarsi, però, non deve essere inteso come un disinteresse verso le persone o come un abbandono degli Apostoli. Anzi - narra san Matteo – fece salire i discepoli sulla barca per “precederlo sull’altra riva” (Mt 14,22), per incontrarli di nuovo. Nel frattempo, la barca “distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario” (v. 24), ed ecco che “sul finire della notte [Gesù] andò verso di loro camminando sul mare” (v. 25); i discepoli furono sconvolti e scambiandolo per un fantasma “gridarono dalla paura” (v. 26), non lo riconobbero, non capirono che si trattava del Signore. Ma Gesù li rassicura: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (v. 27). E’ un episodio, del quale i Padri della Chiesa hanno colto una grande ricchezza di significato. Il mare simboleggia la vita presente, e l’instabilità del mondo visibile; la tempesta indica ogni sorta di tribolazione, di difficoltà, che opprime l’uomo. La barca, invece, rappresenta la Chiesa costruita da Cristo e guidata dagli Apostoli.
Paolo VI, Angelus 20 giugno 1971
Il mare del mondo in cui viviamo, tutti lo vedono, è sempre in tempesta, non foss’altro per i contrasti e per le trasformazioni d’ogni genere che lo agitano; e la barca di Pietro galleggia sulle onde della storia, sicura, sì, ma scossa dentro e fuori da paurose perturbazioni. In adempienza del Nostro mandato Noi desideriamo tanto di più mantenere e rassodare con voi la comunione che tutti, Fratelli e Figli carissimi, qui presenti e sparsi sulla terra, ci unisce a Cristo; e due cose ora raccomandiamo: con San Pietro, di essere «forti nella fede» (1 Petr. 5, 9); e con Noi, col Vangelo, d’essere nel mondo promotori della pace, per meritare di essere chiamati figli di Dio (Cfr. Matth. 5, 9), cioè rappresentanti ed apostoli della religione di salvezza. Fede e pace, ecco il nostro programma!
Francesco, momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia 27 marzo 2020
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
Oct 10, 2024
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Paolo VI, Angelus 16 settembre 1973
Noi vi invitiamo, figli e fratelli, alla preghiera, a quell’atto ben noto del nostro spirito, ma sempre arduo per la sua intensità, col quale prendiamo coscienza del dramma perenne in cui viviamo, e mediante il quale ne presentiamo a Dio, il Padre delle nostre vite, l’omaggio magnanimo e la fiduciosa implorazione. Questo è il modo sapiente di partecipare e di reagire alla storia, spalancata ora davanti a noi dalla informazione moderna, più che mai febbrile e attraente. Non è chiudendo gli occhi che ritroviamo la pace interiore.
Guardiamo intorno. Abbiamo avuto il colera alle porte; poche vittime, per fortuna, ma pericolo grande, paura per tutti. La bravura delle autorità civili e sanitarie ci ha risparmiato, speriamo, dalla diffusione d’una epidemia fatale. Abbiamo ancora i fremiti dell’interminabile guerra nell’Indocina: postumi o prodromi d’altre sventure?
Giovanni Paolo II, visita pastorale in Lombardia nei luoghi legati alla memoria di San Carlo Borromeo, 2 novembre 1984
Anche dopo la peste, che si abbatté su Milano nel 1576 mietendo migliaia di vittime, san Carlo si rivolse ai milanesi con un “memoriale” in cui chiedeva loro di ricordare il flagello della recente epidemia, apportatrice di sofferenza e di morte, per impegnarsi a cambiare vita. Questa era, infatti, la sua convinzione: la morte deve essere maestra di vita per tutti.
Ma come ciò può avvenire? Come è possibile fare della morte il principio vero e profondo di una vita nuova? Qui è necessario ricordare quell’atteggiamento di san Carlo, che a tal punto ha caratterizzato la sua figura spirituale e ha impressionato i suoi contemporanei, da diventare l’atteggiamento in cui più spesso egli è ritratto, cioè la preghiera davanti a Gesù crocifisso.
Benedetto XVI, messaggio Urbi et Orbi Natale 2005
Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici. Il suo amore guidi i popoli e ne rischiari la comune coscienza di essere “famiglia” chiamata a costruire rapporti di fiducia e di vicendevole sostegno. L’umanità unita potrà affrontare i tanti e preoccupanti problemi del momento presente: dalla minaccia terroristica alle condizioni di umiliante povertà in cui vivono milioni di esseri umani, dalla proliferazione delle armi alle pandemie e al degrado ambientale che pone a rischio il futuro del pianeta.
Francesco, udienza generale 19 agosto 2020
La pandemia ha messo allo scoperto la difficile situazione dei poveri e la grande ineguaglianza che regna nel mondo. E il virus, mentre non fa eccezioni tra le persone, ha trovato, nel suo cammino devastante, grandi disuguaglianze e discriminazioni. E le ha aumentate! La risposta alla pandemia è quindi duplice. Da un lato, è indispensabile trovare la cura per un virus piccolo ma tremendo, che mette in ginocchio il mondo intero. Dall’altro, dobbiamo curare un grande virus, quello dell’ingiustizia sociale, della disuguaglianza di opportunità, della emarginazione e della mancanza di protezione dei più deboli. In questa doppia risposta di guarigione c’è una scelta che, secondo il Vangelo, non può mancare: l’opzione preferenziale per i poveri . E questa non è un’opzione politica; neppure un’opzione ideologica, un’opzione di partiti. L’opzione preferenziale per i poveri è al centro del Vangelo. E il primo a farla è stato Gesù; lo abbiamo sentito nel brano della Lettera ai Corinzi che è stato letto all’inizio. Lui, essendo ricco, si è fatto povero per arricchire noi.
Oct 9, 2024
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Paolo VI, Santa Messa nella solennità di Maria Madre di Dio 1 gennaio 1975
Soprattutto l'amore, sì, l'amore cristiano, riuscirà a svellere dal fondo dei cuori l'avvelenata e tenace radice della vendetta, dei «regolamenti di conti», «dell'occhio per occhio, del dente per dente», donde poi sangue, rappresaglie e rovine discendono col1egate a catena, come un perpetuo obbligo d'ignobile onore? riuscirà l'amore a disinfettare certi sedimenti psicologici collettivi, certi bassifondi sociali, dove la mafia ha una sua segreta legge spietata, riuscirà a far decadere la camorra popolare, o la faida privata o comunitaria, o la lotta tribale, quasi ossessionanti falsi doveri generanti un loro cieco impegno fatale? (...) Sì, l'amore riuscirà, perché ce lo ha insegnato Gesù Cristo, che ne ha inserito l'impegno nella preghiera per eccellenza, il «Padre nostro», obbligando le nostre labbra ostinate a ripetere le parole prodigiose del perdono : «rimetti, o Padre, a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Giovanni Paolo II, visita pastorale in Sicilia, concelebrazione eucaristica nella Valle dei Templi 9 maggio 1993
Dopo tanti tempi di sofferenze avete finalmente un diritto a vivere nella pace. E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!
Benedetto XVI, visita pastorale a Palermo incontro con i giovani 3 ottobre 2010
L’immagine dell’albero è molto significativa per rappresentare l’uomo. La Bibbia la usa, ad esempio, nei Salmi. Il Salmo 1 dice: Beato l’uomo che medita la legge del Signore, “è come albero piantato lungo corsi d’acqua, / che dà frutto a suo tempo” (v. 3). Questi “corsi d’acqua” possono essere il “fiume” della tradizione, il “fiume” della fede da cui si attinge la linfa vitale. Cari giovani di Sicilia, siate alberi che affondano le loro radici nel “fiume” del bene! Non abbiate paura di contrastare il male! Insieme, sarete come una foresta che cresce, forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e di rinnovare in modo profondo la vostra terra! Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo, come tante volte i nostri Vescovi hanno detto e dicono!
Francesco, visita pastorale alle diocesi di Piazza Armerina e di Palermo 15 settembre 2018
Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: “Tu non sai chi sono io”, quella cristiana è: “Io ho bisogno di te”. Se la minaccia mafiosa è: “Tu me la pagherai”, la preghiera cristiana è: “Signore, aiutami ad amare”. Perciò ai mafiosi dico: cambiate, fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi. Tu sai, voi sapete, che “il sudario non ha tasche”. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte.
Oct 8, 2024
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Paolo VI, Angelus 24 settembre 1972
Lasciate che noi comunichiamo anche a voi la commozione che la cerimonia testé celebrata in San Pietro ha suscitato nel nostro animo. Abbiamo avuto intorno all’altare schiere di cantori e uno sciame di ragazzi piccoli e grandi, venuti da molte parti d’Italia, per cantare con noi, e diciamo pure per noi, per allietare il nostro spirito, le lodi del Signore. Erano i cantori delle nostre Chiese, erano i Pueri cantores, qui convenuti in occasione del centenario di Lorenzo Perosi, per dimostrarci con la loro presenza e con le loro voci limpide e squillanti che nelle nostre comunità ecclesiali, dopo la recente rinnovazione liturgica, rinasce il canto di popolo, il canto sacro, il canto che traduce la preghiera in poesia e in voce collettiva e conferisce al culto la bellezza, la freschezza, la forza che il grido dei fanciulli, educati all’espressione artistica, semplice e quasi loro connaturata, vi sanno dare.
Giovanni Paolo II, discorso a giovani donne dell’Opus Dei 16 agosto 1982
Ascoltandovi io ha riflettuto molto, come mi piace fare, sulle parole di sant’Agostino che ha scritto: “Qui cantat bis orat”. E ragionando sono giunto ad una prima conclusione, negativa: forse oggi hanno pregato poco, visto che cantano così. (...) Sono ragionamenti scherzosi ma nei quali si trova sempre una grande verità. Penso che le parole di sant’Agostino contengono questa verità, sono vere: per pregare ci vuole un’apertura più piena della nostra personalità; secondo sant’Agostino, questa apertura più piena, più profonda, e anche più rivolta all’esterno è il canto. Cantare è più che pregare, cantare è più che parlare.
Benedetto XVI, discorso al termine del concerto di cori di montagna offerto dalla diocesi di Belluno – Feltre 20 luglio 2007
Mi è venuta in mente una parola di sant'Agostino che dice: «cantare amantis est». Fonte del canto è l'amore. Il canto è espressione dell'amore. Ho sentito nei vostri canti questo grande amore per la bella terra dolomitica, per questa terra donataci dal Signore. E nel grazie, nell'amore per la terra, è presente e risuona anche l'amore per il Creatore, l'amore per Dio che ci ha donato questa terra, questa nostra vita di gioia; una gioia che vediamo ancor di più nella luce della nostra fede, la quale ci dice che Dio ci ama.
(...) L'educazione al canto, a cantare in coro, non è solo un esercizio dell'udito esteriore e della voce; è anche un'educazione dell'udito interiore, l’udito del cuore, un esercizio e un'educazione alla vita e alla pace.
Francesco, videomessaggio ai partecipanti al convegno internazionale sulla musica, 4 febbraio 2021
Nel libro del profeta Isaia troviamo questa esortazione:
«Cantate al Signore un canto nuovo, lodatelo dall’estremità della terra» (42,10).
Come è noto, la Bibbia ha ispirato innumerevoli espressioni musicali, tra cui pagine fondamentali nella storia della musica: pensiamo al canto gregoriano, a Palestrina, a Bach…; ha ispirato una grande varietà di composizioni nei cinque continenti; e anche diversi autori contemporanei si sono confrontati coi testi sacri. Molte comunità ecclesiali, negli ultimi decenni, hanno saputo interpretare questi testi sia seguendo le nuove forme musicali, sia valorizzando il patrimonio antico. L’eredità musicale della Chiesa, infatti, è assai varia e può sostenere, oltre alla liturgia, anche l’esecuzione in concerto, nella scuola e nella catechesi, e anche nel teatro.
(...) Voci, strumenti musicali e composizioni continuino a esprimere, nell’attuale contesto, l’armonia della voce di Dio, conducendo verso la “sinfonia”, cioè la fraternità universale.
Oct 7, 2024
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Giovanni Paolo II, udienza generale 21 novembre 1984
La virtù della castità coniugale, e ancor più il dono del rispetto per ciò che viene da Dio, modellano la spiritualità dei coniugi al fine di proteggere la particolare dignità di questo atto, di questa “manifestazione di affetto”, in cui la verità del “linguaggio del corpo” può essere espressa solo salvaguardando la potenzialità procreativa.
La paternità e maternità responsabili significano la spirituale valutazione - conforme alla verità - dell’atto coniugale nella coscienza e nella volontà di entrambi i coniugi, che in questa “manifestazione di affetto”, dopo aver considerato le circostanze interiori ed esterne, in particolare quelle biologiche, esprimono la loro matura disponibilità alla paternità e maternità.
Benedetto XVI, concelebrazione eucaristica con i membri della commissione teologica internazionale 6 ottobre 2006
In questo contesto mi viene in mente una bellissima parola della Prima Lettera di San Pietro, nel primo capitolo, versetto 22. In latino suona così: «Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis». L'obbedienza alla verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La "castità" a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l'obbedienza alla verità. E penso che questa sia la virtù fondamentale del teologo, questa disciplina anche dura dell'obbedienza alla verità che ci fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi. E possiamo così essere veramente portatori della verità.
Giovanni XXIII, radiomessaggio alle famiglie cristiane 10 gennaio 1960
Il segreto della vera pace, del mutuo e duraturo accordo, della docilità dei figli, del fiorire di un gentile costume, sta nella imitazione continua e generosa della dolcezza, della modestia, della mansuetudine della Famiglia di Nazareth, dove Gesù, Sapienza eterna del Padre, si presenta accanto a Maria, la Madre Sua purissima, e accanto a Giuseppe, che rappresenta il Padre celeste.
In questa luce, tutto si trasfigura nelle grandi realtà della famiglia cristiana (...): « Fidanzamento nel riflesso della luce dall'alto; Matrimonio sacro ed inviolabile, nel rispetto delle sue quattro caratteristiche: fedeltà, castità, mutuo amore e santo timore di Dio; spirito di prudenza e di sacrificio nella educazione premurosa dei figli: e sempre, in ogni circostanza, sollecitudine intesa ad aiutare, a perdonare, a compatire, ad accordare agli altri la fiducia, che noi vorremmo fosse accordata a noi. È così che si edifica la casa che non crolla »
Francesco, discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria dell’unione internazionale delle Superiori generali 8 maggio 2013
E poi la castità come carisma prezioso, che allarga la libertà del dono a Dio e agli altri, con la tenerezza, la misericordia, la vicinanza di Cristo. La castità per il Regno dei Cieli mostra come l’affettività ha il suo posto nella libertà matura e diventa un segno del mondo futuro, per far risplendere sempre il primato di Dio. Ma, per favore, una castità “feconda”, una castità che genera figli spirituali nella Chiesa. La consacrata è madre, deve essere madre e non “zitella”! Scusatemi se parlo così, ma è importante questa maternità della vita consacrata, questa fecondità! Questa gioia della fecondità spirituale animi la vostra esistenza; siate madri, come figura di Maria Madre e della Chiesa Madre. Non si può capire Maria senza la sua maternità, non si può capire la Chiesa senza la sua maternità e voi siete icona di Maria e della Chiesa.
Oct 6, 2024
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Benedetto XVI, Angelus 1 luglio 2007
L'evangelista Luca narra che Gesù, "mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme" (Lc 9, 51). Nell'espressione "decisamente" possiamo intravedere la libertà di Cristo. Egli infatti sa che a Gerusalemme lo attende la morte di croce, ma in obbedienza alla volontà del Padre offre se stesso per amore. È in questa sua obbedienza al Padre che Gesù realizza la propria libertà come consapevole scelta motivata dall'amore. Chi è libero più di Lui che è l'Onnipotente? Egli però non ha vissuto la sua libertà come arbitrio o come dominio. L'ha vissuta come servizio. In questo modo ha "riempito" di contenuto la libertà, che altrimenti rimarrebbe "vuota" possibilità di fare o di non fare qualcosa. Come la vita stessa dell'uomo, la libertà trae senso dall'amore. Chi infatti è più libero? Chi si riserva tutte le possibilità per paura di perderle, oppure chi si spende "decisamente" nel servizio e così si ritrova pieno di vita per l'amore che ha donato e ricevuto?
Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero durante la Seconda guerra mondiale 24 dicembre 1943
Tutto è suo: eppure quante volte in questi tempi ha dovuto anch'Egli abbandonare chiese e cappelle distrutte, incendiate, crollate o pericolanti ! (...) Noi vi lodiamo e ringraziamo, Sacerdoti e laici, uomini e donne, che non di rado, sprezzando ogni pericolo della vostra vita, avete ricoverato e custodito in luogo sicuro il Signore e Salvatore eucaristico. Il vostro zelo non voleva che si avverasse ancora una volta ciò che fu detto di Cristo: «È venuto nei suoi possessi e i suoi non l'hanno accolto » (Io. I, II). Così il Signore non ha rifiutato di venire in mezzo alla vostra povertà: Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità. Egli rimane con voi, finché nel vostro cuore vivono la vostra fede, la vostra speranza, il vostro amore, la vostra obbedienza e devozione.
Giovanni Paolo II, visita nella diocesi di Terni, discorso ai sacerdoti e ai religiosi 19 marzo 1981
Vorrei indicarvi ancora un punto di riflessione. Siete membri del Presbiterio di una Chiesa particolare, il cui centro di unità è il Vescovo, verso il quale ogni sacerdote, che aspiri ad una vera fecondità di ministero, deve avere un atteggiamento convinto di comunione e di obbedienza. “Questa obbedienza sacerdotale – ci ricorda il Concilio – si fonda sulla partecipazione stessa del ministero episcopale, conferita ai Presbiteri attraverso il Sacramento dell’Ordine e la missione canonica”.
Nell’attività pastorale, pur tenendo conto delle diverse problematiche locali, regni uno spirito di intesa e di cooperazione tra le iniziative parrocchiali e quelle diocesane, per loro natura aperte ad orizzonti più vasti e ad istanze più generali, quali quelle concernenti il mondo del lavoro, delle comunicazioni sociali, della scuola, della cultura e della presenza nel campo civile.
Francesco, Festa della Presentazione del Signore 2 febbraio 2015
A volte Dio può elargire il dono della sapienza anche a un giovane inesperto, basta che sia disponibile a percorrere la via dell’obbedienza e della docilità allo Spirito. Questa obbedienza e questa docilità non sono un fatto teorico, ma sottostanno alla logica dell’incarnazione del Verbo: docilità e obbedienza a un fondatore, docilità e obbedienza a una regola concreta, docilità e obbedienza a un superiore, docilità e obbedienza alla Chiesa. Si tratta di docilità e obbedienza concrete.
Attraverso il cammino perseverante nell’obbedienza, matura la sapienza personale e comunitaria, e così diventa possibile anche rapportare le regole ai tempi: il vero “aggiornamento”, infatti, è opera della sapienza, forgiata nella docilità e obbedienza.
Il rinvigorimento e il rinnovamento della vita consacrata avvengono attraverso un amore grande alla regola, e anche attraverso la capacità di contemplare e ascoltare gli anziani della Congregazione. Così il “deposito”, il carisma di ogni famiglia religiosa viene custodito insieme dall’obbedienza e dalla saggezza.
Oct 5, 2024
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Francesco, Angelus 1 gennaio 2023
Fratelli e sorelle, come tutte le mamme, Maria porta nel suo grembo la vita e, così, ci parla del nostro futuro. Ma allo stesso tempo ci ricorda che ... se vogliamo ricostruire speranza, occorre abbandonare i linguaggi, i gesti e le scelte ispirati all’egoismo e imparare il linguaggio dell’amore, che è prendersi cura. Prendersi cura è un linguaggio nuovo, che va contro i linguaggi dell’egoismo. Questo è l’impegno: prenderci cura della nostra vita – ognuno di noi deve curare la propria vita –; prenderci cura del nostro tempo, della nostra anima; prenderci cura del creato e dell’ambiente in cui viviamo; e, ancor più, prenderci cura del nostro prossimo, di coloro che il Signore ci ha messo accanto, come pure dei fratelli e delle sorelle che sono nel bisogno e interpellano la nostra attenzione e la nostra compassione.
Benedetto XVI, discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura 13 novembre 2010
Parlare di comunicazione e di linguaggio significa, infatti, non solo toccare uno dei nodi cruciali del nostro mondo e delle sue culture, ma, per noi credenti, significa avvicinarsi al mistero stesso di Dio che, nella sua bontà e sapienza, ha voluto rivelarsi e manifestare la sua volontà agli uomini (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 2). In Cristo, infatti, Dio si è rivelato a noi come Logos, che si comunica e ci interpella, allacciando la relazione che fonda la nostra identità e dignità di persone umane, amate come figli dall’unico Padre (cfr Es. ap. postsinodale Verbum Domini, 6.22.23). Comunicazione e linguaggio sono anche dimensioni essenziali della cultura umana, costituita da informazioni e nozioni, da credenze e stili di vita, ma anche da regole, senza le quali difficilmente le persone potrebbero progredire nell’umanità e nella socialità.
Giovanni XXIII, radiomessaggio ad un mese dal Concilio Ecumenico Vaticano II 11 settembre 1962
L'uomo cerca l'amore di una famiglia intorno al focolare domestico ; il pane quotidiano per sè e per i suoi più intimi, la consorte e i figliuoli ; egli aspira e sente di dover vivere in pace così all'interno della sua comunità nazionale, come nei rapporti con il resto del mondo; egli è sensibile alle attrazioni dello spirito, che lo porta ad istruirsi e ad elevarsi; geloso della sua libertà, non rifiuta di accettarne le legittime limitazioni, al fine di meglio corrispondere ai suoi doveri sociali. Questi problemi di acutissima gravità stanno da sempre sul cuore della Chiesa. Perciò essa li ha fatti oggetto di studio attento, ed il Concilio Ecumenico potrà offrire, con chiaro linguaggio, soluzioni che son postulate dalla dignità dell'uomo e della sua vocazione cristiana.
Paolo VI, udienza generale 29 ottobre 1975
Due termini ottimi noi incontriamo nel linguaggio contemporaneo, quasi sostitutivi della troppo severa parola di « dovere »: coscienza e responsabilità. Ottimi diciamo, se collegati con le realtà, che questi termini comportano; le realtà trascendenti della legge di Dio e della compagine naturale e sociale, in cui si svolge la nostra vita. Coscienza, sta bene, se essa non si limita a quella psicologica o puramente egoistica, ma si solleva al livello morale, ch’è illuminato dalla luce di Dio; responsabilità, sta bene, se essa conserva la visione integrale dei vincoli a cui dobbiamo osservanza, siano essi personali, o sociali, o religiosi.
Noi pensiamo che questa sacra parola, che suona dovere, non dovrebbe essere abolita dal nostro pensiero e dal nostro linguaggio, specialmente quando, come noi ora, vogliamo rinnovare in noi il senso cristiano: essa è parola piena di forza, di onore, di amore, e di fiducia, parola, che dovrebbe essere stampata, come fecero i grandi, gli eroi, ed i santi nel cuore dell’uomo: io devo!
Oct 4, 2024
9 min

Paolo VI, Regina Coeli 3 giugno 1973
Che cosa s’intenda per comunicazioni sociali tutti sappiamo: stampa, radio, cinema, televisione, teatro, pubblicità, propaganda, ecc. Tutto ciò che insomma trasmette e diffonde la parola, la notizia, l’immagine, il pensiero, la cultura. Il tema è quanto mai attuale, complesso e controverso. Merita d’essere studiato e promosso. Noi lo dobbiamo fare partendo dall’insegnamento della Chiesa, insegnamento che per la sua natura trova la sua base nel diritto fondamentale dell’uomo, quello di sapere, d’essere istruito e informato, di vivere in normale e continua conversazione con la società, con la sua storia e la sua cultura. Papa Giovanni, nell’Enciclica «Pacem in terris» afferma, forse per la prima volta, in termini così categorici, che «ogni essere umano ha diritto ad una informazione oggettiva».
Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978
Prima di dare a ciascuno di voi e alle vostre famiglie la Nostra speciale Benedizione, che vorremmo estendere a tutti i collaboratori degli Enti di informazione che rappresentate, Agenzie, Giornali, radio e televisioni, vorremmo perciò assicurarvi della stima che abbiamo per la vostra professione e della cura che porremo per facilitare la vostra nobile e difficile missione, nello spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare « Inter Mirifica » e dell'Istruzione Pastorale « Communio et Progressio ».
In occasione degli eventi di maggior rilievo o della pubblicazione di importanti Documenti della Santa Sede, voi dovrete spesso presentare la Chiesa, parlare della Chiesa, dovrete talvolta commentare il Nostro umile ministero; siamo sicuri che lo farete con amore della verità e con rispetto della dignità umana, perché tale è lo scopo di ogni comunicazione sociale.
Francesco, discorso alla delegazione del Premio di giornalismo internazionale “Biagio Agnes” 4 giugno 2018
Spesso mi capita di vedere, in occasione di viaggi apostolici o di altri incontri, una differenza di modalità produttive: dalle classiche troupe televisive fino ai ragazzi e ragazze che con un telefonino sanno confezionare una notizia per qualche portale. O anche dalle radio tradizionali a vere e proprie interviste fatte sempre con il cellulare. Tutto questo dice che davvero stiamo vivendo una trasformazione pressante delle forme e dei linguaggi dell’informazione. E’ faticoso entrare in tale processo di trasformazione, ma è sempre più necessario se vogliamo continuare ad essere educatori delle nuove generazioni. Dicevo che è faticoso, e aggiungerei che è necessaria una vigilanza sapiente. Infatti, le dinamiche dei media e del mondo digitale, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione
Benedetto XVI, cappella papale nella solennità di Pentecoste, 27 maggio 2012
Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele. E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro?
Oct 3, 2024
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Paolo VI, Regina Caeli 23 maggio 1971
Che cosa sono le comunicazioni sociali?
Sono i mezzi, sono gli strumenti, sono i veicoli, mediante i quali gli uomini si trasmettono fra di loro le notizie, le informazioni, le opinioni, i giudizi, le critiche, le intenzioni, gli insegnamenti, le propagande, i pensieri. È l’insieme del linguaggio delle conversazioni, delle esortazioni, delle polemiche, che gli uomini svolgono fra di loro.
È il commercio di parole, di notizie, di idee circolanti nella società, un commercio che si allarga sempre di più e tende a diventare mondiale. La tecnica moderna della stampa, della radio, della televisione rende rapidissima, attraente, impressionante questa diffusione di voci e di immagini della conversazione e della cultura degli uomini fra di loro. Non è forse questo un fatto caratteristico e dominante nella nostra vita quotidiana? nella nostra civiltà contemporanea? Nessuno lo può negare. Ecco perché anche la Chiesa se ne deve occupare.
Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978
La sacra eredità lasciataci dal Concilio Vaticano II e dai Nostri Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, di cara e santa memoria, sollecita da Noi la promessa di un'attenzione speciale, di una franca, onesta ed efficace collaborazione con gli strumenti della comunicazione sociale, che voi qui degnamente rappresentate. (...) Non Ci nascondiamo i rischi di massificazione e di livellamento, che tali mezzi portano con sé, con le conseguenti minacce per l'interiorità dell'individuo, per la sua capacità di riflessione personale, per la sua obiettività di giudizio. Ma sappiamo anche quali nuove e felici possibilità essi offrano all'uomo d'oggi, di meglio conoscere ed avvicinare i propri simili, di percepirne più da vicino l'ansia di giustizia, di pace, di fraternità, di instaurare con essi vincoli più profondi di partecipazione, di intesa, di solidarietà in vista di un mondo più giusto ed umano. Conosciamo, in una parola, la mèta ideale verso la quale ognuno di voi, nonostante difficoltà e delusioni, orienta il proprio sforzo, quella cioè di arrivare, attraverso la « comunicazione », ad una più vera ed appagante « comunione »
Benedetto XVI, discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali 28 febbraio 2011
I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo la cultura propria di ogni epoca» fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio Incarnato.
Francesco, discorso in occasione del conferimento del premio “E’ giornalismo” 26 agosto 2023
La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan. Mi preoccupano ad esempio le manipolazioni di chi propaga interessatamente fake news per orientare l’opinione pubblica. Per favore, non cediamo alla logica della contrapposizione, non lasciamoci condizionare dai linguaggi di odio. Nel drammatico frangente che l’Europa sta vivendo, con il protrarsi della guerra in Ucraina, siamo chiamati a un sussulto di responsabilità. La mia speranza è che si dia spazio alle voci di pace, a chi si impegna per porre fine a questo come a tanti altri conflitti, a chi non si arrende alla logica “cainista” della guerra ma continua a credere, nonostante tutto, alla logica della pace, alla logica del dialogo, alla logica della diplomazia.
Oct 2, 2024
9 min
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