Liber Liber
Liber Liber
Liber Liber
Libri, audiolibri e musica con licenze libere
“Il sole nascosto” di Gemma Ferruggia
Gemma Ferruggia scrisse questo romanzo nel 1919, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. L’autrice racconta una storia d’amore, e come si scoprirà nel corso della narrazione, adulterino, nella cornice storica del primo conflitto mondiale. La struttura del romanzo presenta delle particolarità, nel senso che la narrazione inizia con due capitoli, dal titolo eloquente, che sono come una sorta di preambolo di tutta la narrazione successiva, mentre la vicenda vera e propria si sviluppa nei successivi quattro capitoli. In questi due capitoli non viene svelata la vera identità dei due protagonisti, che si definiscono come “Anima” e “Cuore”. Si sa che il protagonista maschile, “Cuore”, era impegnato nel conflitto come ufficiale degli Arditi. E l’incipit preannuncia già quale sarà l’approccio e lo sviluppo della narrazione: “La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito.” Appena dopo l’autrice spiegherà il significato di questa frase. “Varcando la soglia — dove la fantasia ha posto l’Arcangelo dalla spada fiammeggiante — sono da qualche minuto entrata nello sconfinato orizzonte dell’anima mia.” Il romanzo gioca in tutto il suo svolgersi, sul binomio “Anima” e “Cuore”, come se fossero le due facce di una stessa medaglia. L’autrice dirà nel Commiato conclusivo che nella loro diversità i due protagonisti, senza rendersi conto di ciò, erano “Uno”. Il vero nome dei due protagonisti principali verrà svelato solo dopo questa sorta di preambolo. I due capitoli iniziali sono raccontati in prima persona dai due protagonisti principali. Il primo da “Anima”, cioè la protagonista femminile, che entrando nello sconfinato suo mondo, cioè nel suo io, racconta i suoi stati d’animo, anche rispetto alla guerra, che all’epoca della scrittura di questo romanzo era appena terminata. Il secondo capitolo è raccontato da “Cuore”, cioè il protagonista maschile, il quale ripercorre la sua attività militare con il pensiero costante alla sua amata. Queste poche parole, appena scritte, in merito ai due capitoli introduttivi sono ampiamente riduttive rispetto alle innumerevoli sfaccettature e sfumature espresse dalla scrittrice in queste due parti iniziali, sulla personalità di questi due personaggi. Dopo questa introduzione essenzialmente di carattere intimistico, i due protagonisti, – Chiara Alba e Uberto Insera, questi sono i loro veri nomi – terminato loro percorso interiore, che forma i primi due capitoli – entrando “nello sconfinato mondo dell’anima …” –, inizia la vicenda amorosa vera e propria dei due amanti. Questa si snoda dal loro viaggio in treno da Roma a Milano e il successivo soggiorno a Milano fino alla nemesi che si concreta con loro separazione finale. L’autrice dipinge non solo i due personaggi principali curando in particolare modo la loro personalità, ma anche il mondo nel quale vivono, e i vari personaggi di contorno che formano il loro mondo borghese. Non viene dimenticato dall’autrice di tratteggiare i vari aspetti politici di una società e di un mondo che stava cambiando, con vari riferimenti sia ad avvenimenti italiani – ad esempio le imprese dannunziane – che ad avvenimenti stranieri. Questa attenzione all’attualità, è presente in tutto lo sviluppo della narrazione. Non viene mai dimenticato dalla scrittrice di esprimere il suo giudizio, anche se non in modo palese, sulle varie problematiche sorte in seguito al primo conflitto mondiale. Questa opera di Gemma Feruggia, ad avviso di chi scrive, è molto aderente al modo di essere della scrittrice, nella sua adesione ad istanze nazionaliste, a partire dagli anni ’10, e nel suo femminismo sui generis. Cioè critico con i movimenti femministi dell’epoca, ma favorevole all’emancipazione femminile, pur vedendola come un percorso personale. Sinossi a cura di Piero Giuseppe Perduca Dall’incipit del libro: La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito. Talvolta buia come delitto senza scopo, sfolgorante talvolta della luce che immaginiamo componga il viso degli arcangeli. E precisamente il volto dell’arcangelo Michele quale io me lo figuro, illuminato di sole sanguigno nell’atto di dar battaglia. Il principe delle milizie celesti sta sulla soglia ideale a custodia del paradiso e dell’inferno che fan contrasto nel luogo singolarissimo: il come — ignoto alla mia terrena fragilità — è secreto della divina creatura. Un uomo non potrebbe. Una donna non oserebbe. Par quanto io sia volontaria e forte — mostruosamente forte per l’ipocrisia femminile, mantello di porpora e fummo come coppe colme di reciproco perdono. Veramente il mondo sovvertito ebbe riflessi nelle anime: mutò freddezze in ardori: egoismi in dedizioni generose: donò ali ai mediocri: cinse di aureola il capo degli umili. Non soltanto «Anima» e «Cuore» si sentirono congiunti alla sventura d’Italia come linfe dello stesso ricco albero. La quercia sacra — che non può essere recisa alla base — fu allora per tutti gli italiani meraviglia di novelle frasche, garrule di canti nuovi, verso un cielo da riconquistare: dai piedi alla cima l’aveva fiorita il sangue degli eroi. Scarica gratis: Il sole nascosto di Gemma Ferruggia.
Jul 12, 2024
4 min
“Il tallone di ferro” di Jack London
Scritto nel 1908, è un romanzo di fantasia che descrive un futuro (di fantasia) che ha fin troppe somiglianze con la storia reale degli anni successivi. La finzione romanzesca è quella di un diario di Avis Everhard, moglie del protagonista (Ernest Everhard) andato perduto e ritrovato sette secoli dopo l’epoca dei fatti. Il diario ha due parti ben distinte: la prima assomiglia più ad un saggio sociologico e politico e descrive con bella chiarezza le teorie socialiste dell’autore; la seconda, più breve, è un romanzo d’azione che descrive le peripezie dell’autrice del diario durante la ‘Prima rivolta’ e il massacro della Comune di Chicago. Il racconto si interrompe bruscamente e lascia in sospeso il destino dei protagonisti, anche se le numerose finte note del curatore che ha pubblicato il diario dopo sette secoli, racconta dell’imprigionamento ed esecuzione di Ernest. Sul web ci sono pagine (tra gli altri una intervista di Goffredo Fofi) che ripetono la notizia che Ernesto Che Guevara deve il suo nome di battesimo alla memoria del protagonista Ernest Everhard. Bella storia, ma non sono stato in grado di verificarne la fondatezza. Tra l’altro, il padre di Guevara si chiamava anche lui Ernesto Rafael. Come dicevo, può essere divertente cercare le somiglianze e le differenze tra quanto raccontato nel romanzo e la realtà storica: nel 1908, London prevedeva entro pochi anni la guerra mondiale, anche se lui la prevedeva tra gli Stati Uniti e la Germania, ma questa, dopo un primo attacco della flotta tedesca ad Honolulu (come i giapponesi a Pearl Harbour), non venne combattuta per lo sciopero generale proclamato nei due paesi dai socialisti. Nella realtà, nel 1914 i socialisti europei avrebbero voluto tentare la stessa cosa, ma non riuscirono per il rifiuto dei socialisti tedeschi. Altra somiglianza storica sono le ‘Centurie nere’ al servizio dell’oligarchia capitalistica, che effettuano spedizioni punitive arrivando da altre provincie e distruggendo le sedi delle organizzazioni socialiste e le tipografie che ne stampavano i giornali. Viene da pensare che i fascisti italiani usassero il libro come manuale per le loro imprese, come l’incendio della tipografia dell’”Avanti” nel 1919… Mi ha un po’ sorpreso l’importanza che London attribuiva al Partito Socialista Americano: se pensiamo ai due dopoguerra americani (la ‘Red Scare’ – paura rossa – seguente la rivoluzione bolscevica nel 1917-20 e il maccartismo degli anni ’50), oppure all’elezione di Trump, appare inverosimile, ma nei primi anni del ‘900 il movimento socialista negli Stati Uniti aveva davvero una sua importanza, anche se inferiore a quella attribuitagli dall’autore: alle elezioni presidenziali del 1912 Eugene Debs, il candidato socialista, ottenne il 6% con 900.000 voti. Sinossi a cura di Claudio Paganelli NOTE: Il testo è presente in formato immagine su “Internet Archive” (https://archive.org). Realizzato in collaborazione con il Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org/) tramite Distributed Proofreaders (https://www.pgdp.net/). Dall’incipit del libro: La brezza d’estate agita i pini giganteschi, e le onde della Wild Water rumoreggiano ritmicamente sulle pietre muscose. Numerose farfalle danzano al sole e da ogni parte freme ed ondeggia il ronzio delle api. In mezzo ad una quiete così profonda, io me ne sto sola, pensierosa ed agitata. È tale e tanta la mia serenità, che mi turba, e mi sembra irreale. Tutto è tranquillo intorno, ma è come la calma che precede la tempesta. Tendo l’orecchio e spio, con tutti i sensi, il minimo indizio del cataclisma imminente. Purchè non sia prematuro, o purchè non scoppi troppo presto. La mia inquietudine è giustificata. Penso, penso continuamente, e non posso fare a meno di pensare. Ho vissuto così a lungo nella mischia, che la calma mi opprime, e la mia immaginazione prevede, istintivamente, quel turbine di rovina e di morte che si scatenerà ancora, fra poco. Mi pare di sentire le grida delle vittime, mi pare di vedere, come pel passato, tanta tenera e preziosa carne contusa e mutilata, tante anime strappate violentemente dai loro nobili corpi e lanciate verso Dio. Scarica gratis: Il tallone di ferro di Jack London.
Feb 15, 2024
3 min
“La colonia collettivista in Palestina”
La colonizzazione moderna degli ebrei in Palestina fu in gran parte impostata su un’organizzazione di tipo collettivistico sia agricolo che industriale. L’inizio di questo indirizzo si trova fin dalle origini del sionismo politico: dal 1901 T. Herzl, che fu il principale propugnatore di questa linea, con la costituzione del Keren Kajameth le-Israel (Fondo nazionale ebraico) aveva dato il via all’acquisto inalienabile di terreni palestinesi da assegnare tramite un canone d’affitto molto basso ai coloni. Gli ebrei delle cinque alijòt (flussi migratori) che si susseguirono dal 1882 alla fondazione dello stato di Israele erano molto spesso animati da ideali socialisti e libertari e diedero grande impulso agli insediamenti collettivistici con l’idea di prefigurare il futuro assetto della rinata società ebraica. La prima colonia di questo tipo fu Degania fin dal 1909-1910. Le piccole colonie presero il nome di kevuzà; erano associazioni agricole di limitate proporzioni dal cui ampliamento e con l’estensione anche ad attività artigianali e poi industriali nacquero i kibbutz come si intendono ancora oggi. I primi kibbutz En Harod e Ten Josef furono fondati nel 1921. Gli sviluppi del movimento kibuzistico condussero alla formazioni di federazioni nelle quali si raggrupparono le colonie. Vi erano le federazioni ad orientamento socialdemocratico, quelle, in maggioranza, ispirantesi al sionismo socialista di D. B. Borochov; meno consistenti i raggruppamenti di ispirazione religiosa. La consistenza della popolazioni del kibbuz varia da circa 100 abitanti fino a 1200. La struttura interna esclude qualsiasi proprietà individuale (inizialmente escludeva anche qualsiasi forma di lavoro salariato); ognuno dà secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. Il coordinamento delle attività è fondato sull’assemblea di tutti i chaverím (compagni) su base volontaria e garantito da un comitato liberamente eletto e responsabile. Da sottolineare che fin dall’inizio dell’esperienza kibbuzistica era esclusa ogni disparità di genere. Fin dall’inizio della «rivoluzione sionista», i padri fondatori avevano promesso di creare una nuova «donna ebraica». Per un numero abbastanza ristretto di persone, ciò significò libertà sessuale, teorizzata e praticata in ambienti altrettanto ristretti. Per la maggioranza, fu l’inizio della fine della struttura familiare tradizionale: nei kibbutzim, in particolare, ma pure in comuni urbane. Tuttavia si può rilevare che l’accesso a nuovi lavori e lo stile di vita più libero non intaccarono comunque seriamente il ruolo dominante dell’uomo in campo economico. I maschi continuavano a svolgere i lavori più pagati e a monopolizzare quelli più legati alla produzione, dall’edilizia alle fabbriche. L’uguaglianza della donna rientrava nel discorso di ispirazione socialista del sionismo: la realtà fu piuttosto diversa. Per il trionfo delle rivoluzioni sionista e socialista, la donna dovette continuare a svolgere un duplice compito: oltre a sbrigare i lavori domestici, era anche una lavoratrice nei campi o nelle officine. Tutto questo comunque mentre l’organizzazione del “mandato britannico” in Palestina operava per la riproduzione dei meccanismi di funzionamento dell’economia vigenti in epoca tardo ottomana e agendo in direzione della trasformazione in senso capitalistico del mercato agricolo. Da sottolineare tuttavia che benché la maggior parte dei libri sulla Palestina durante il Mandato è solita iniziare dai primi giorni del conflitto che culminerà nella prima ondata di violenze dell’aprile 1920, va però tenuto presente il carattere riduttivo di tale descrizione. Negli spazi di relativa autonomia in cui viveva la maggior parte della popolazione, la religione e i valori spirituali esercitavano un’influenza assai più diffusa sull’esistenza delle persone di quella esercitata dai funzionari britannici o dai sionisti animati da spirito coloniale. E nel 1946, l’anno nel quale fu pubblicato il breve testo che presentiamo, nella Palestina rurale, ma non solo, era vivissimo il desiderio di collaborazione fra i popoli ebraico e palestinese. Quando ormai il mandato britannico stava per finire, insediamenti ebraici garantirono un sostegno più organizzato e strutturato ai villaggi palestinesi, e cooperative agricole congiunte – un’assoluta novità – sorsero nel Marg Ibn ’Amr negli anni Quaranta, tra kibbutzim e villaggi, mentre nelle città furono creati nuovi uffici commerciali congiunti. Troviamo infatti scritto nel capitolo Oasi nel deserto di questo libretto: «Quando si è scavato un pozzo artesiano con successo, l’acqua serve naturalmente anche per il villaggio arabo vicino. Questa è una delle ragioni per cui le relazioni tra le colonie ebraiche e i vicini Arabi sono generalmente buone.» In Palestina, la convivenza non fu solamente realizzata in circoli ristretti; fu anche una scelta ideale. Non godette di grande appoggio politico, anche perché non piacque a nessun uomo politico di grande rilevanza istituzionale. Fu tuttavia un pilastro teorico del Partito comunista di Palestina. Questo partito fu composto prevalentemente da ebrei sino al 1936, anno in cui, in seguito a quello che nella sua storia viene chiamato processo di «arabizzazione», iniziò ad aumentare il numero degli aderenti palestinesi. Nonostante il carattere marginale, questo partito contribuì a conferire un andamento alternativo allo sviluppo sociale diffondendo un discorso anazionale tramite i suoi giornali principali. L’organizzazione politica più apertamente favorevole al binazionalismo come stile di vita fu un piccolo gruppo denominato Brit Shalom (Patto di pace) e ideato da Yehuda Magness, un ebreo americano immigrato in Palestina nel 1922. Aderente all’American Reform Movement in ambito ebraico, Magness non era interessato alla sovranità degli ebrei sulla Palestina, bensì a che potessero viverci nell’ambito di uno Stato unitario binazionale. Sino alla morte, avvenuta nel 1948, Magness cercò di convincere entrambe le parti della ragionevolezza e della praticabilità della soluzione da lui proposta. Perciò creò un’organizzazione politica. Uno dei suoi più grandi successi, verso la fine del Mandato, fu convincere Fawzi al-Husaini, personalità di spicco della famiglia Husaini, ad aderire al movimento Brit Shalom. Fawzi al-Husaini fu però assassinato poco dopo dai suoi familiari schierati su posizioni nazionalistiche. Magness fu uno dei fondatori della Hebrew University e ne fu anche il primo presidente, nonostante il suo prestigio rimanesse però sempre relegato ai margini dell’attività sionista. Racconta Noam Chomsky: «Nel 1953 mia moglie e io vivevamo in un kibbutz in Israele; eravamo studenti, facevamo escursioni e un giorno ce ne andammo con lo zaino in spalla nella Galilea settentrionale. Eravamo in strada quando arrivò dietro di noi una jeep, un tizio uscì e si mise a gridare: «Dovete tornare indietro, avete sbagliato paese!». Eravamo entrati nel Libano. Oggi probabilmente ci accoglierebbero con le mitragliatrici spianate. Non ci dovrebbero essere frontiere in quell’area. Forse con il tempo questi confini decadranno; del resto, l’intero accordo imperialista Sykes-Picot comincia a vacillare. E potrebbero esserci sviluppi ulteriori, nel lungo periodo. A questo proposito, la soluzione a due Stati non andrebbe letta come una meta finale. Come ho detto prima, non è che gli Stati godano di una legittimità intrinseca; sono stati tutti imposti con la violenza, e continuano a generare violenza in tutto il mondo. È una struttura sociale inumana, e in quanto tale dovrebbe crollare, sempre. In questa prospettiva, il ritorno dei profughi non è più così irrealistico. Non sarebbe soltanto il riconoscimento di un torto storico, ma una vera interazione tra popoli, non basata sugli Stati, le religioni o le etnie. Ci sono altre basi su cui si può costruire questa interazione.» Tra il 1949 e il 1954 però il sistema di confisca di terre e villaggi da parte dei colonizzatori divenne insistente e il principale beneficiario di tale politica fu proprio il movimento socialista del kibbutz Hashomer Hatz’air che, ufficialmente, recava lo slogan della coesistenza binazionale bene in vista sui suoi striscioni. Era il più a sinistra dei tre maggiori movimenti del kibbutz attivi nel giovane Stato di Israele; dimostrò, nei fatti, di essere anche il più avido. Le conseguenze sono state inarrestabili. Per approfondire questi temi, qui appena superficialmente accennati, è molto utile leggere, ad esempio, il libro di Ilan Pappe, Storia della Palestina moderna. Una terra due popoli. Il breve testo che presentiamo fu edito in Italia nel 1946 a cura di Hechaluz, l’organizzazione dei giovani ebrei sionisti nata a Roma fin dal giugno 1944, non appena l’arrivo delle truppe alleate aveva allontanato i maggiori rischi per gli ebrei. Così viene descritta da Rav Urbach nel bollettino ebraico di informazione del 13 luglio 1944: «La nuova vita che pervade la Comunità ebraica dopo la liberazione ha avuto espressione immediata nella creazione di un Centro Giovanile Ebraico, che raccoglie a scopo di istruzione e ricreazione i giovani dai sette ai venticinque anni. Esso ha posto la sua sede in Via Balbo n.33. Circa 200 ragazzi si sono iscritti ai corsi di lingua e di cultura ebraica, che sono assai frequentati. Nel giugno 1944, a Via Balbo 33 dove c’era una Singagoga e dove per alcuni anni ero andato alla scuola ebraica, i soldati palestinesi cominciarono a organizzare dei corsi per i giovani ebrei italiani sul kibbutz, i movimenti giovanili, l’anelito di raggiungere Erez Israel mentre cantavamo le canzoni sentimentali in ebraico che tentavamo di capire. Tra gli insegnanti ricordo Joel Barromi e Yaakov [Foà] Ben Porat che erano vicini all’Hashomer Hazair, un movimento di kibbutzim di sinistra che fin da allora mi sembrava consono alle mie idee politiche.» L’intento del libretto è evidentemente propagandistico, ma senz’altro utile per aiutare a comprendere anche oggi il clima di entusiasmo attorno all’esperienza dei kibbutz e lo spirito collettivista che animava quella fase storica. Sinossi a cura di Virginia Vinci e Paolo Alberti Dall’incipit del libro: Le colonie collettiviste di Erez Israel sono non solo uniche nel mondo moderno ma sono anche le prime della loro specie nella storia. Molte epoche possono vantare degli esperimenti di vita in forma cooperativa, ma raramente essi hanno sorpassato lo stadio sperimentale e per lo più non riuscirono ad attrarre nuovi adepti all’infuori dei fondatori. Nessuno, per quel che si sa, ha saputo intessere qualche nuovo filo nella trama sociale, economica e politica del Paese dov’è sorto. Ci furono dei gruppi e delle associazioni i cui membri erano liberi ed uguali in un sistema di vita vago ed anarchico. Ma per lo più erano semplicemente dei mezzi per sfuggire alle convenzioni ed alle tradizioni della vita cosiddetta civilizzata. L’idea fondamentale conteneva raramente qualcosa di positivo; non vi era alcun ordinamento costruttivo che governasse la società. Lo spirito informatore era un non ben definito desiderio di liberarsi del vecchio sistema di vita ma non si aveva alcuna chiara idea di come si dovesse formare quello nuovo. Scarica gratis: La colonia collettivista in Palestina.
Feb 15, 2024
11 min
Nuovo ePub. “L’esclusa” di Luigi Pirandello
Grazie ai volontari del Progetto Griffo è online (disponibile per il download gratuito) l’ePub: L’esclusa di Luigi Pirandello. L’esclusa è il primo romanzo di Luigi Pirandello. Finito di scrivere nel 1893, col titolo originario Marta Ajala, fu pubblicato dapprima a puntate sul quotidiano La Tribuna di Roma, dal 29 giugno al 16 agosto 1901, col titolo definitivo. Fu ripubblicato in volume nel 1908, per gli editori Fratelli Treves con una lettera dedicata a Luigi Capuana, nella quale l’autore espresse come ogni volontà sia esclusa, anche quando i personaggi sembrano lasciati vivere nell’illusione di agire consapevolmente. Il testo definitivo, approvato dell’Autore, apparve nel 1927. Lavorando sullo sfondo tipico della letteratura del Verismo, ricca di dinamiche sociali ben descritte nei loro pregiudizi e nelle loro sanzioni, ma già proiettato sulle tematiche pirandelliane della duplicità e dello sradicamento dei personaggi. Pirandello racconta una vicenda paradossale: nel dramma esistenziale del contrasto tra sostanza e apparenza, delle contraddizioni della natura umana, all’arte spetta arbitrariamente armonizzare e razionalizzare la realtà. Ne emerge quel relativismo conoscitivo, ovvero l’impossibilità per ogni individuo di ricavare una visione oggettiva della realtà. La protagonista viene cacciata di casa dal marito: egli sospetta, ingiustamente, che la donna lo stia tradendo. L’uomo è fermamente certo che escludere la moglie adultera sia la cosa migliore, almeno in un primo momento. Poi, afflitto dai sensi di colpa, lui la farà ritornare. Ma, ecco la sorpresa: la donna, finalmente perdonata, ha consumato veramente il tradimento coniugale. È quindi evidente che entrambi i personaggi sono certi di possedere la verità, Inoltre, il romanzo “gira” attorno ad un motto in latino: “NIHIL-MIHI-CONSCIO” (presente alla fine di quasi tutte le lettere dell’Alvignani), ispirato ad un’espressione presente nelle Epistole di Orazio che letteralmente significa: «Non mi rimprovero di nulla, non ho rimorso di nulla». Note tratte e riassunte da Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/L’esclusa Dall’incipit del libro: Antonio Pentàgora s’era già seduto a tavola tranquillamente per cenare, come se non fosse accaduto nulla. Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso, il suo volto tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasa, ridondante sulla nuca. Senza giacca, con la camicia floscia celeste, un po’ stinta, aperta sul petto irsuto, e le maniche rimboccate sulle braccia pelose, aspettava che lo servissero. Gli sedeva a destra la sorella Sidora, pallida e aggrottata, con gli occhi acuti adirati e sfuggenti sotto il fazzoletto di seta nera che teneva sempre in capo. A sinistra, il figlio Niccolino, spiritato, con la testa orecchiuta da pipistrello sul collo stralungo, gli occhi tondi tondi e il naso ritto. Dirimpetto era apparecchiato il posto per l’altro figlio, Rocco, che rientrava in casa, quella sera, dopo la disgrazia. Lo avevano aspettato finora, per la cena. Poiché tardava, s’erano messi a tavola. Stavano in silenzio tutt’e tre, nel tetro stanzone, dalle pareti basse, ingiallite, lungo le quali correvano due interminabili file di seggiole quasi tutte scompagne. Dal pavimento un po’ avvallato, di mattoni rosi, spirava un tanfo indefinibile, d’appassito. Scarica gratis: L’esclusa di Luigi Pirandello.
Feb 15, 2024
2 min
“Il processo di Verre” di Ettore Ciccotti
Gaio Verre (Gaius Licinius Verre), fu governatore della Sicilia, per conto della Repubblica di Roma, dal 73 al 71 a. C., dopo aver ricoperto diverse cariche minori in Gallia Cisalpina ed in Cilicia. In tutti i suoi incarichi, come molti dei magistrati romani dell’epoca, si distinse per la sua ingiustizia e le sue ruberie. A differenza degli altri magistrati, Verre è rimasto famoso perchè ebbe la sfortuna di essere chiamato a giudizio da un suo avversario politico, Marco Tulio Cicerone, che come pubblico accusatore nel suo processo cominciò la propria carriera politica. La fonte principale che ci rimane delle vicende di Verre e del processo sono le sue orazioni (le Verrine) che solo in parte furono pronunciate durante il processo (che si interruppe per l’esilio volontario di Verre), ma che furono poi pubblicate da Cicerone. Ciccotti nei primi capitoli di questo lavoro accademico (1895) ricostruisce il contesto storico in cui sono avvenuti i fatti imputati a Verre, sottolineando il potere quasi illimitato dei governanti delle provincie, che consentiva loro, con pochissime eccezione come quelle di Catone e di Gracco, di accumulare enormi fortune, soprattutto dopo la vittoria di Silla nella guerra civile, fazione a cui Verre apparteneva. La Sicilia in particolare, era una delle più ambite per chi voleva arricchirsi. Prendendo come base le orazioni di Cicerone, ma utilizzando anche altre fonti (Tito Livio, Appiano, le leggi romane: le note al testo superano il migliaio), Ciccotti esamina nel dettaglio le accuse nei confronti di Verre, ed alla fine sottopone a critica la stessa posizione di Cicerone, che come detto, è la fonte principale di conoscenza dei fatti, e per sua natura non può non essere di parte. Ciccotti affronta questo compito con serietà ed impegno, tanto che alla fine si sente in dovere di giustificarsi: «Io non ho inteso, nè preteso fare la difesa di Verre. La storia non accusa, nè difende: interpreta e narra; ed io ho voluto precisamente fare uno studio storico, che permettesse di meglio valutare, da un lato le Verrine, considerate come documenti storici, e dall’altro, il vero rapporto di Verre con gli uomini e le condizioni del suo tempo.» Sinossi a cura di Claudio Paganelli Dall’incipit del libro: Quando Aristagora di Mileto si recò a Sparta, per ottenere ch’essa prendesse a sostenere la causa degli Ioni contro i barbari, buon parlatore e facondo, com’era, cercò sopra tutto lusingare gli Spartani, col mettere ad essi sottocchio le smisurate ricchezze dell’Asia, che loro senza molta pena sarebbero venute in mano, e gli avrebbero condotti al punto di contendere di ricchezza con Zeus; essi che per poca terra guerreggiavan con Messeni ed Arcadi ed Argivi. Quali cupide voglie e quali speranze destasse quel lieto miraggio nella folla degli ascoltatori, Erodoto non dice; ma l’impressione dovette ben essere intensa, se Cleomene volle rimandata la risposta a tre giorni. E il terzo giorno venuto, con ispartana brevità, altro Cleomene non domandò fuori di questo: quanta distanza separasse gli Ioni dal re; a che con inganno Aristagora rispose: un cammino di tre mesi. Scarica gratis: Il processo di Verre di Ettore Ciccotti.
Feb 14, 2024
2 min
“Escursione in terre nuove” di Giuseppe Antonio Borgese
La varia produzione di Borgese, filosofo, drammaturgo, poeta, si arricchisce con alcuni titoli che si possono registrare come ‘letteratura di viaggio’. Questo breve volume, pubblicato nel 1931 poco prima che l’autore abbandonasse l’Italia, si può ritenere come tale, in quanto scritto in occasione del primo viaggio in Inghilterra, avvenuto con lo scopo di partecipare ad un congresso filosofico svoltosi a Oxford. E sono la città di Oxford, che è impregnata dell’atmosfera universitaria, ed il fiume Tamigi, caratteristico nel fare apprezzare dalle sue rive un intero paese bagnato dalle sue acque, che rappresentano da un lato le ‘terre nuove’ in cui Borgese si avventura con animo attento e curioso. Ma altrettanto nuove sono le ‘terre’ su cui si fondano le dispute del congresso a cui Borgese partecipa. Nuove perché si è svolta, fra il 1905 e il 1911, una vera e propria rivoluzione nella concezione del mondo da parte della fisica, con la pubblicazione delle opere di Einstein, Minkowski e Rutherford. Nel 1927 Heisenberg espresse il suo Principio d’indeterminazione, e contemporaneamente al convegno filosofico di Oxford, Dirac presentò a Bristol la sua teoria, che cambiò il modo in cui la fisica delle particelle considera protoni ed elettroni. La nuova concezione della fisica, che non è più una “scienza esatta” a differenza di come era prima di queste scoperte, la rende sempre meno dissimile dalla filosofia: un modo per interpretare la Natura, che si discosta sempre più da quella Natura che l’uomo può vedere intorno a sé. Sinossi a cura di Gabriella Dodero Dall’incipit del libro: Oxford è singolare quasi quanto Venezia, e non è facile figurarsela senza averla vista. Forse un suggerimento musicale può accostarla all’immaginazione più di molte parole; e qualche volta, passeggiandovi in solitudine a ore evocatrici, sembra di riudire, benché alquanto attenuato, l’Incantesimo del Venerdì Santo. Un misticismo filtrato attraverso interpretazioni preraffaellite, un Medio Evo acquisito all’estetismo di Ruskin: tale è l’aria dolce, quasi senza mutamento, che si respira nelle vie, nei giardini, lungo i muri di Oxford. Tanto più quando sono bei giorni di settembre, così belli nella vecchia Inghilterra: la bruma, senz’essere sparita del tutto, s’è diffusa come un’essenza appena appena narcotica entro l’azzurro, il carro del sole pare che rallenti il corso, e la sera il brillare delle stelle perde le sue punte dentro il cielo soffice. Scarica gratis: Escursione in terre nuove di Giuseppe Antonio Borgese.
Feb 14, 2024
2 min
“L’uomo che camminava per le strade” di Silvio D’Arzo
L’uomo che camminava per le strade è un romanzo incompiuto. L’indice completo che è stato trovato nel manoscritto prevedeva 23 capitoli, ma il testo si interrompe al termine del capitolo ottavo. Lo stesso capitolo ottavo venne pubblicato su “Il Meridiano di Roma” il 18 febbraio 1940 come racconto autonomo con il titolo Sera sul fiume. Lucia Giroletti, nel suo interessante lavoro su Silvio D’Arzo La “religione” della scrittura, ipotizza altresì che i racconti I morti nelle povere case e Peccato originale corrispondano ai capitoli tredicesimo e quattordicesimo del romanzo progettato ma rimasto incompiuto. La prima edizione di questo testo è del 1981 a cura di A. L. Lenzi sulla rivista “Contributi” anno quinto n. 9 con il titolo Un inedito giovanile: «L’uomo che camminava per le strade». Certamente questo testo va inquadrato nel periodo di grande attività di scrittura dell’autore negli anni 1939-40. In una lettera ad Aldo Garzanti del 24 marzo 1942 D’Arzo ne propone la pubblicazione. L’ambientazione, quella della scuola, non è certo insolita per la narrativa darziana: la troviamo anche, per esempio, in Un ragazzo d’altri tempi e in Penny Wirton. Carlo Stresa, protagonista del racconto, è un professore di latino che vive in una pensione. Il principale interlocutore di Carlo Stresa è Ladi, che è un cieco. Anche la presenza di personaggi ciechi è ricorrente nella narrativa di D’Arzo; ricordiamo ad esempio Essi pensano ad altro e, soprattutto, Penny Wirton e sua madre. Il rapporto tra Carlo Stresa e Ladi riecheggia e ripropone il rapporto tra Riccardo e Arseni in Essi pensano ad altro. I dialoghi non sono certamente particolarmente vivaci, ma il silenzio tra i due sembra comunque comunicativo e reale ed è propedeutico a una grande confidenza. Ripropone comunque domande che D’Arzo si sforza sempre di sviluppare e argomentare. «Siete religioso?» domanda Ladi; «Quanto basta, dottore.» risponde Carlo Stresa. Come non riconoscere in questo embrione di dialogo quello che ritroveremo nel capolavoro darziano Casa d’altri, tra Zelinda e il prete? Il titolo sembrerebbe indicare un percorso che del viaggio ha comunque poco: manca una partenza, un itinerario, un arrivo. C’è uno spostamento tra la pensione e la scuola che è ricco di riflessioni, sensazioni, emozioni e stati d’animo che rendono questo “camminare per le strade” un errabondo vagare. Questo testo si configura quindi come importante nel percorso dell’autore verso le sue progressive conquiste sia stilistiche che esistenziali, e lo affiancano a vari racconti pubblicati negli stessi anni, e anche al crescere della sensibilità dell’autore attraverso letture e scrittura di critica saggistica. Non a caso nel terzo capitolo viene citato, subito dopo Lazarillo di Tormes, la cui lettura viene vista come strumento di raggiungimento della serenità, Il libro di Goha il semplice di A. Ades e A. Josipovici. Lettura che si ricollega all’interesse di D’Arzo per il Robinson Crusoe che non appare ininfluente su questo racconto: abbiamo ancora una volta uno sfuggire e un trapiantarsi altrove e dall’altrove inviare messaggi. Dalla distanza e dalla solitudine si costruisce però uno spazio di ricerca e una spinta all’azione. La prova di questa ricerca la troviamo anche nei tentativi di aggregazione e disgregazione della propria scrittura, estrapolazione e trasferimento da un testo all’altro, testimoniata dai motivi ricorrenti e dalla riproposta come racconti autonomi di singoli capitoli dei suoi testi, come in questo caso. Sicuramente questa sua ricerca e sperimentazione narrativa e linguistica, la sua originalità ha una parte importante per confinare D’Arzo in quel profondo destino di solitudine e di oblio nel quale è stato relegato. Sinossi a cura di Paolo Alberti Dall’incipit del libro: Carlo Stresa compiva ventinove anni quel giorno. E il numero gli fece uno strano effetto. Suono sgradito, inconsueto. Si era abituato a dire ventotto, ventotto, ventotto, per trecentosessantacinque giorni in fila e adesso non riusciva a capacitarsi di non poterlo più dire. E per un solo giorno, poi: per le ultime ventiquattr’ore soltanto neutre e grigie come le migliaia d’ore passate da quand’era nato. Fino a martedì, ieri, aveva ventotto anni, e adesso un anno di più, di punto in bianco; ora ne aveva ammucchiato di colpo ventinove; come uno, quel droghiere là, per esempio, sulla piazzetta che domani, fra solo dodici ore e qualche cosa, ne potrebbe anche compiere trenta. Il droghiere sarebbe andato a dormire verso le undici, come tutte le altre sere: un sonno riposato, di gusto, da persona sana; poi il risveglio, quando per le strade si sente il primo odore del pane. E avrebbe avuto trent’anni. Scarica gratis: L’uomo che camminava per le strade di Silvio D’Arzo.
Feb 14, 2024
4 min
Nuovo ePub. “Donna Mimma” di Luigi Pirandello
Grazie ai volontari del Progetto Griffo è online (disponibile per il download gratuito) l’ePub: Donna Mimma di Luigi Pirandello. Donna Mimma è una novella di Luigi Pirandello pubblicata nel 1917. Essa dà il titolo alla nona raccolta delle Novelle per un anno pubblicata nel 1925 (in tutto tredici, scritte tra il 1917 e il 1925). Donna Mimma è molto conosciuta nel suo piccolo paese siciliano; di natura possente, sicura di sé, austera, da tanti anni aiuta le altre donne a partorire. Un giorno però arriva dal Piemonte una levatrice giovane e avvenente, in possesso del diploma. Donna Mimma di colpo viene spiazzata, ignorata, quasi dimenticata dalle compaesane. La nuova arrivata, avendo scoperto che Donna Mimma non è diplomata, ne ottiene l’interdizione dall’esercizio della professione da parte delle autorità. L’anziana donna, dopo un iniziale scoramento, si reca a Palermo per iscriversi all’università. Data la sua età, qui viene derisa dalle altre studentesse e perfino dal professore, ma riesce a superare le tante difficoltà e, conseguito il titolo di studio, torna subito dopo al paese pronta a riprendere il suo vecchio lavoro. Tuttavia Donna Mimma non mette in conto la lunga inattività e l’età ormai avanzata: alla prima chiamata rischia infatti di causare una tragedia, sventata solo dal pronto intervento della levatrice settentrionale. Così termina l’autorevolezza di cui godeva Donna Mimma. Note tratte da Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Donna_Mimma Dall’incipit del libro: Quando donna Mimma col fazzoletto di seta celeste a nnodato largo sotto il mento passa per le vie del paesello assolate, si può credere benissimo che la sua personcina linda, ancora dritta e vivace, sebbe ne modestamente raccolta nel lungo «manto» nero frangi ato, non projetti ombra su l’acciottolato di queste viuzze qua, né sul lastricato della piazza grande di là. Si può credere benissimo, perché agli occhi di tutti i bimbi e anche dei grandi che, vedendola passare, si sentono pur essi diventare bimbi a un tratto, donna Mimma reca un’aria con sé, per cui subito, sopra e attorno a lei, tutto diventa come finto: di carta il cielo; il sole, una spera di porporina, come la stella del presepio. Tutto il paesello, con quel bel sole d’oro e quel bel cielo azzurro nuovo su le casette vecchie, con quelle sue chiesine dai campaniletti tozzi e le viuzze e la piazza grande con la fontana in mezzo e in fondo la chiesa madre, appena ella vi passa, diventa subito tutt’intorno come un grosso giocattolo di Befana, di quelli che a pezzo a pezzo si cavano dalla scatolona ovale che odora di colla deliziosamente. Ogni dadolino e ce ne son tanti è una casa con le sue finestre e la sua veranda, da mettere in fila o in giro per far l a strada o la piazza; e questo dado qui più grosso è la chiesa con la croce e le campane, e quest’altro la fontana, da metterci attorno questi alberetti che hanno la corona di trucioli verdi verdi e un dischetto sotto, per reggersi in piedi. Scarica gratis: Donna Mimma di Luigi Pirandello.
Feb 13, 2024
1 min