Arte Svelata
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Blog di Giuseppe Nifosì
Da Mirone e Policleto a Platone
Versione audio: Furono diversi gli scultori greci che, tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., produssero prototipi di figure d’atleta destinati a grande fortuna. Tra questi, Naukydes, Naucide in italiano, attivo tra il 420 e il 390 a.C. circa, fu uno dei più valenti discepoli di Policleto. È lui il probabile autore di un celebrato Discoforo, letteralmente ‘portatore del disco’, il cui originale in bronzo è andato purtroppo perduto. .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1:active, .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u0d7c36d9f2e5e899804841f16b80c0d1:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  L’arte greca classica L’opera rappresentava un pentatleta in posizione di riposo. A differenza del Discobolo di Mirone, impegnato in una competizione, il Discoforo di Naucide non stava ancora compiendo il gesto atletico. Era, come il Doriforo di Policleto, più che altro un atleta simbolo, la sua identità di campione sembrava esplicarsi unicamente attraverso la bellezza del suo corpo. Naukydes, Discoforo (da un modello di Policleto del 460 a.C.), copia romana in marmo da un originale in bronzo della seconda metà del V sec. a.C. Altezza 118 cm. Roma, Musei Capitolini, Montemartini. Il Discoforo di Naucide Possiamo verificarlo attraverso alcune copie, una delle quali si trova a Parigi e un’altra a Roma. L’atleta, in posizione eretta, appare leggermente sbilanciato sulle gambe, con il braccio sinistro, quello che tiene il disco, allungato lungo il corpo. Sembra che il giovane stia cercando una posizione equilibrata prima di sollevare e lanciare il disco. Il volto, leggermente abbassato verso destra, è segnato da un’espressione assorta e concentrata. .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8:active, .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ub9457462afe4609dcb42ce361ca05ee8:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Discobolo di Mirone Non è facile stabilire se questo modello di Discoforo sia un’invenzione originale di Naucide o piuttosto la sua personale rielaborazione di una precedente idea di Policleto. Ma poco importa. Esso comunque testimonia di quanto sia stata profondamente radicata, nella Grecia del V secolo a.C., una certa idea di bellezza, basata essenzialmente sul naturalismo idealizzato. Naukydes, Discoforo (da un modello di Policleto del 460 a.C.), copia romana in marmo da un originale in bronzo della seconda metà del V sec. a.C. Altezza 167 cm. Parigi, Museé du Louvre. Il Bello artistico e filosofico Il Bello, per i Greci, è qualcosa che si trova insito in Natura; ma il bello naturale non è bello in sé, giacché imperfetto. La bellezza assoluta risiede altrove e compito dell’artista è quello di ricrearla. Questa concezione estetica risentiva profondamente della posizione di alcuni importanti filosofi greci di quel periodo. .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2:active, .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u6a8848cdc24d4abc9118166b9754a2f2:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Doriforo di Policleto Primo fra tutti, l’ateniese Platone (428/427348/347 a.C.). Nel periodo maturo del suo pensiero, egli introdusse un modo di guardare la realtà che avrebbe rivoluzionato e caratterizzato la tradizione filosofica futura. Il filosofo ateniese riteneva che ciò che appare ai nostri sensi non corrisponda all’essenza intima della realtà. Per questo, distinse il mondo sensibile dal mondo delle Idee. Mirone, Discobolo, copia antica (detta Discobolo Lancellotti) da un originale in bronzo del 455-450 a.C. ca. Marmo, altezza 1,56 m. Roma, Museo Nazionale delle Terme. Le Idee di Platone Le Idee (dal greco èidos, ‘forma’, ‘idea’) sono entità puramente intelligibili, eterne e immutabili che si trovano al di là del mondo concreto, in una regione sovraceleste detta Iperuranio. Platone concepì l’esistenza di Idee per qualunque cosa, comprese le specie naturali, indipendenti rispetto agli oggetti sensibili. Il mondo sensibile o corporeo, ossia il livello di realtà nel quale gli uomini vivono, soggetto a corruzione e a mutamento, è la riproduzione materiale della realtà autentica, quella dell’Iperuranio, che invece è puramente intelligibile e dunque comprensibile solamente attraverso il pensiero. .ue4a0db296af029362f375880ee660829 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829:active, .ue4a0db296af029362f375880ee660829:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Fidia. Le grandi statue Secondo Platone (vedi il dialogo platonico intitolato Timeo), un Demiurgo fu l’artefice divino che plasmò il mondo materiale, prendendo a modello le Idee dell’Iperuranio. Quindi, ad esempio, tutti i cavalli di cui facciamo esperienza sensibile (che vediamo correre, che tocchiamo sul muso, ecc.) per Platone non sono altro che la copia imperfetta di un modello ideale (perfetto) di cavallo che vive nell’Iperuranio. Policleto, Doriforo, copia antica da un originale in bronzo del 450-445 a.C. Marmo, altezza 2,12 m. Napoli, Museo Archeologico nazionale. Aspirare alla perfezione Potrebbe dunque sorgere una domanda legittima: questo mondo perfetto è accessibile all’uomo? Sembrerebbe di sì. In che maniera? Platone rispose: attraverso l’anima. Ogni uomo è dotato di anima, principio immortale e incorporeo della vita, costretta a vivere nell’involucro materiale e mortale del corpo, concepito come sua prigione e zavorra. Come il filosofo spiega nei suoi dialoghi Simposio e Fedro, opere cardine della cosiddetta “teoria dell’anima di Platone”, l’anima aspira all’Idea del Bene anche nel corso della vita terrena, grazie all’amore per il Bello: l’Amore (in greco èros) spinge infatti l’anima verso ciò che è bello, e la bellezza trascina, a sua volta, verso il regno delle Idee, che poi è quello della verità, dell’armonia, della misura e della proporzione. .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e:active, .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u9d43c6546866417c804d0ab59c3c675e:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Fidia. La decorazione del Partenone Tre gradi di bellezza Inoltre, il filosofo identifica tre gradi di bellezza: quella di un singolo corpo; la bellezza corporea in generale; infine, la bellezza in sé, la quale è perfetta, eterna e immutabile. Essa ha un’esistenza autonoma e risplende ovunque, senza essere vincolata a un qualche oggetto sensibile. Per questo, l’uomo deve imparare ad allontanarsi, per gradi successivi, dall’apparenza ingannatrice del mondo reale, il quale è solo la copia sbiadita della perfezione: egli deve prima riconoscere che un corpo è bello, e, attraverso questo, concepire la bellezza della corporeità in genere; in terzo luogo egli deve cogliere, progressivamente, la bellezza dell’anima, delle istituzioni, delle leggi, delle scienze, per giungere, infine, alla contemplazione del Bello in sé, approdando così alla Verità e al Sommo Bene. Fidia, Dioniso, 438-432 a.C. Dal Frontone orientale del Partenone. Marmo pentelico, altezza 1,22 m, lunghezza 1,30 m. Londra, British Museum. La condanna platonica dell’arte L’arte greca e, da questa, buona parte dell’arte occidentale sviluppatasi in oltre duemila e cinquecento anni, ha fatto della celebrazione della bellezza il suo fine prioritario. Eppure, per quanto possa oggi a noi apparire paradossale, Platone (nel libro X della sua Repubblica) pronunciò un’esplicita condanna dell’arte del proprio tempo. Egli, infatti, non collegò la tematica della bellezza in sé a quella prettamente artistica. Secondo il filosofo, l’arte, e in particolare quella figurativa, è il frutto di un processo di semplice imitazione del mondo sensibile, il quale costituisce il gradino più basso della realtà. Essa è copia di una copia. Ne consegue che l’ammirazione per l’arte, dal punto di vista conoscitivo, porta ad allontanarsi dalla realtà vera delle cose, ossia dal mondo delle Idee. Egli propose questo esempio: un pittore che dipinge un letto restituisce solo la parvenza del letto medesimo; un artigiano che lo fabbrica cerca quanto meno di riprodurre l’Idea di letto attraverso la materia, per quanto la sua opera rimanga comunque imperfetta. L’artista, dunque, si allontana molto più dell’artigiano dalla verità. E se già è difficile cogliere la verità partendo dalla realtà, ancor di più è arduo pervenire al Vero partendo dall’imitazione della realtà. È bene considerare che, nel formulare questo giudizio, Platone era mosso da intenti prettamente filosofici, e non estetici; non escludiamo, infatti, che egli apprezzasse, come noi, la bellezza di un’opera d’arte. Per il filosofo, il contenuto prevaleva sempre sulla sua manifestazione e dunque, secondo lui, l’arte non era uno strumento educativo adeguato alla creazione dello “Stato” perfetto. La sua condanna dell’arte non è, insomma, così assoluta. Fidia, Cefiso, 438-432 a.C. Dal Frontone occidentale del Partenone. Marmo pentelico, 82 x 156 cm. Londra, British Museum. 1,06 m, lunghezza totale originaria 160 m. Londra, British Museum. Contro l’arte mimetica E, d’altro canto, egli fece esplicito riferimento all’arte puramente mimetica e parve concentrarsi soprattutto sul lavoro dei pittori, che attraverso l’uso dello scorcio, ossia della prospettiva, non rispettavano l’esattezza oggettiva delle belle forme. Invece gli scultori greci, almeno sino al III secolo a.C., rifuggirono dalla visione soggettiva delle cose e, soprattutto, non riprodussero mai fedelmente gli elementi naturali, non così come apparivano ai loro occhi. Al contrario, essi li idealizzarono, rendendo perfetto ciò che in natura perfetto non è. “Idealizzare” vuol dire, appunto, rappresentare una figura in modo da avvicinarla a un tipo di perfezione ideale. Il Discobolo di Mirone, il Doriforo di Policleto, il Discoforo di Naucide non ripropongono le immagini di veri atleti, con una loro identità, nomi, caratteri, storie personali, difetti: tali opere, grazie all’applicazione di un kanon e alle loro forme statiche, rimandano ad una sola Idea di atleta, perfetto e, in quanto tale, emblematica espressione di bellezza. Per questo, le sculture greche sono più prossime al mondo delle Idee platoniche eterne che non al mondo reale in cui agivano i veri atleti, che per tali statue fecero solo da modelli di riferimento e che vissero la propria vita nella fatica, nel dolore e nel sudore, e infine invecchiando e morendo come tutti. L'articolo Da Mirone e Policleto a Platone proviene da Arte Svelata.
Aug 26, 2025
8 min
I Sassi di Matera in Basilicata
Versione audio: La città di Matera, in Basilicata, è rinomata per i suoi rioni storici denominati Sassi (il Sasso Barisano a Nord e il Sasso Caveoso a Sud), che l’Unesco ha riconosciuto patrimonio dell’umanità in quanto “paesaggio culturale”. I Sassi sono infatti un agglomerato urbano realizzato a ridosso di un profondo burrone, con abitazioni, chiese rupestri, cisterne e sistemi di raccolta delle acque in buona parte ricavati nella roccia. .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:active, .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Pompei ed Ercolano Matera fu abitata già in epoca preistorica. In seguito, arrivarono i Greci, i Romani e, a seguire, i Longobardi. A partire dall’VIII secolo, giunsero anche monaci benedettini e bizantini, che scavarono le chiese rupestri. Una nuova espansione urbanistica del complesso risale al periodo romanico e gotico. I Sassi furono abitati con continuità fino al 1952, quando il governo italiano ne ordinò lo sgombero per motivi di “igiene” e circa 15.000 persone furono trasferite in nuovi quartieri residenziali. Una veduta dei Sassi. Matera. L’abitato Per secoli, prima che i Sassi di Matera si affollassero tanto da risultare invivibili, il sistema urbanistico rupestre si era dimostrato efficace. Le strade erano affiancate da canali d’irrigazione che rifornivano le cisterne di ogni casa (alcune, le più grandi, ne avevano fino a sette). Sui tetti erano stati ricavati orti e giardini pensili. L’illuminazione delle case avveniva dall’alto, attraverso lucernari. .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea:active, .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uc655f4aef9c30f1c93bebabcbc29a1ea:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Edifici e mosaici Arabo-normanni in Sicilia La temperatura interna degli ambienti si manteneva costante, intorno ai 15 gradi. Le abitazioni si affacciavano a gruppi su uno spiazzo comune, spesso dotato di un pozzo al centro, dove si lavavano i panni, e di un forno, dove si cuoceva il pane. Questi micro-nuclei urbani erano l’espressione più evidente di un modello sociale di vita comunitaria. Una veduta dei Sassi. Matera. .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15:active, .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ue43bcf26207172dbdfde9e4f88211d15:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le Ville venete di Palladio Chiesa rupestre di Santa Maria del Vitisciulo, già San Luca alla Selva. Matera. Una casa-grotta dei Sassi. Matera. La ricostruzione di un interno di una abitazione nei Sassi. Matera. La ricostruzione di un interno di una abitazione nei Sassi. Matera. Santa Lucia Matera vanta formidabili complessi monastici scavati nella roccia, sia benedettini sia bizantini, con le celle dei monaci raccolte intorno alle chiese sotterranee. Tra i più importanti conventi ricavati nell’ambito urbano troviamo Santa Lucia alle Malve, un complesso rupestre che anticamente ospitava un’intera comunità monastica e che conserva, sulle pareti interne, alcuni affreschi, molti dei quali risalgono al XII secolo. L’Arcangelo Gabriele che calpesta un drago, simbolo del male e degli infedeli, è datato 1250; quello della Madonna del Latte è del 1270. La chiesa vera e propria era separata dalle abitazioni monastiche, che a partire dal XIII secolo furono utilizzate come abitazioni private. Ancora oggi, il 13 Dicembre, nel giorno di Santa Lucia, in questa chiesa si celebra la messa. Chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve, VIII sec. Matera. Chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve, VIII sec. Matera. Nelle nicchie Madonna del latte (a sinistra) e Arcangelo Michele (a destra). Convicinio di Sant’Antonio A fianco del torrente Gravina si trova il cosiddetto Convicinio di Sant’Antonio, un complesso architettonico di chiese rupestri, risalenti a un periodo compreso fra l’XI e il XIII secolo, che probabilmente facevano parte di un monastero di grandi dimensioni. Quattro chiese rupestri confinanti si affacciano su un solo cortile rettangolare: sono la Chiesa di Sant’Antonio Abate, la Chiesa di San Donato, la Chiesa di Santa Maria Annunziata e la Chiesa di San Primo. Il portale d’ingresso è a sesto acuto, decorato con motivi trilobati. .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c:active, .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u3652a81a4d0625a3b0c6748a1db9224c:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le meraviglie del Tardobarocco ibleo San Primo presenta delle volte decorate con nervature e ha l’affresco d’un santo ignoto. Questa chiesa è più conosciuta con il nome popolare di Tempe cadute, ossia massi caduti (le ‘tempe’ sono, appunto, i massi). Attraverso un varco, sulla sinistra, si accede alla contigua chiesa dell’Annunziata, decorata nell’abside con affreschi del Cristo tra Maria e san Giovanni Evangelista, e nella parete sinistra con una santa monaca e la Madonna col Bambino. San Donato è a pianta quadrangolare con due pilastri centrali che separano gli spazi e individuano tre zone: il vestibolo, l’aula e il presbiterio. La volta centrale è decorata una con grande croce gigliata in rilievo. Ingresso del Convicinio di Sant’Antonio. Matera. Chiesa rupestre di San Donato, XI-XIII sec. Matera. I Sassi nel cinema Per il carattere suggestivo del loro paesaggio urbano, i Sassi di Matera sono stati scelti come ambientazione di alcuni film, anche internazionali, in prevalenza di carattere storico: oltre quaranta, dagli anni Cinquanta fino a oggi. Ricordiamo, soprattutto: Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964), Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi (1979) e La Passione di Cristo di Mel Gibson (2004). .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1:active, .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u301706c2daa115962aca07f8c9e9b6e1:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Valle dei Templi di Agrigento Matera, infatti, è stata identificata nel cinema con l’antica Gerusalemme. Altri film di genere religioso e biblico sono stati King David (1985) di Bruce Beresford, The Nativity Story (2006) di Catherine Hardwicke, The Young Messiah (2015) di Cyrus Novrasteh, Ben Hur (2015) di Timur Bekmambetov, e Mary Magdalene (2016) di Garth Davis. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini (a destra) e l’attore protagonista Enrique Irazoqui Levi in una pausa delle riprese, a Matera, de Il Vangelo secondo Matteo (1964). .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c:active, .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u49311b29518f364898cfdceea4494a0c:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Paestum Il regista Mel Gibson (a destra) e l’attore protagonista Jim Caviezel (al centro) e la sua controfigura durante le riprese, a Matera, de La Passione di Cristo (2004). Trasporto della croce, scena tratta dal film La Passione di Cristo di Mel Gibson (2004), girato a Matera. L'articolo I Sassi di Matera in Basilicata proviene da Arte Svelata.
Aug 25, 2025
4 min
Paestum
Versione audio: Paestum (oggi in provincia di Salerno) è il nome latino dell’antica città di Poseidonia, importante colonia magnogreca fondata verso la metà del VII secolo a.C., a un centinaio di chilometri da Napoli. Fu chiamata così dai Greci in onore di Poseidone ma in realtà fu devotissima ad Atena e a Era. Poseidonia raggiunse il momento di massimo splendore in età arcaica, a partire dal 560 a.C. .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:active, .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il tempio greco: prima parte I tre principali templi della città furono edificati a distanza di cinquant’anni l’uno dall’altro. Sono: il Tempio di Hera o Basilica (550 a.C. ca.), il Tempio ad Atena (500 a.C. ca.), una volta detto di Cerere, e il Tempio di Nettuno o Poseidone (450 a.C. ca.), detto Poseidonion. L’area del Santuario di Atena, con il tempio omonimo, si trovava a nord delle tre strade cittadine principali. Il Santuario di Poseidone, con i templi di Hera e di Poseidone, era nella fascia tra la strada di mezzo e quella più meridionale. Veduta aerea del sito archeologico di Paestum con (da sinistra) il Tempio di Hera, il Tempio di Nettuno e, sullo sfondo, il Tempio di Atena. I tre templi di Paestum furono tutti costruiti nel calcare locale, che solo nel Tempio di Nettuno ha assunto una calda patina dorata, forse perché tratto da un’altra cava. Gli edifici sono giunti a noi in buone condizioni e costituiscono una testimonianza fondamentale dell’architettura templare greca antica. In particolare, dimostrano come lo stile dorico abbia trovato nelle colonie della Magna Grecia una delle sue migliori espressioni. Per questo, il sito archeologico di Paestum, insieme a quello della vicina Velia, rientra nei confini del Parco del Cilento che, per l’importanza del suo paesaggio naturale e culturale e per la presenza dei due insediamenti, è stato riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. Veduta aerea del Santuario di Poseidone a Paestum, con il Tempio di Nettuno a sinistra e il Tempio di Hera a destra. .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:active, .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il tempio greco: seconda parte Planimetria del Santuario di Poseidone a Paestum, con le piante del Tempio di Hera a sinistra e del Tempio di Nettuno a destra. Il Tempio di Hera (Basilica) Il Tempio di Hera, detto anche Basilica, fu edificato intorno al 550 a.C. e dedicato alla sposa di Zeus, la divinità più venerata a Poseidonia. Nel XVIII secolo, l’edificio non fu riconosciuto come tempio ma scambiato per una struttura porticata adibita a tribunale e sede delle assemblee cittadine, e per questo venne chiamato Basilica, nome con cui ancora oggi è noto. Si presenta, nel complesso, in buone condizioni, anche se mancano varie parti: i muri del nàos, le parti superiori della trabeazione, i frontoni, la pavimentazione e, ovviamente, la copertura. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta angolare. .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3:active, .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u14c10b2662d15eb8d280cd4d6c6630b3:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Valle dei Templi di Agrigento Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Prospetto principale. A differenza di altri edifici della stessa epoca, il Tempio di Hera presenta un numero dispari di colonne nei prospetti. È, infatti, un tempio ennàstilo, con nove colonne sui fronti, mentre sono diciotto quelle sui lati lunghi. ll rettangolo di base misura ben 24,52 x 54,30 metri allo stilobate, la parte superiore del basamento. La peristasi, composta da 9 x 18 colonne, si è conservata integralmente. Le metope e i timpani, perduti, erano quasi certamente privi di decorazioni scultoree, essendo ancora del tipo arcaico. Le metope erano lisce, forse solo dipinte, oppure rivestite da lastre di terracotta colorate di rosso e blu. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta aerea. .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471:active, .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u78df7c1ca1fc8fb5c77dda4625185471:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Partenone Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta dall’interno della peristasi e di ciò che resta del colonnato del nàos. Le colonne, in pietra calcarea grigia e alte 4,68 metri, presentano un’entasi molto accentuata e una marcata rastremazione; l’echino del capitello è schiacciato ed espanso e l’abaco piuttosto largo. Fusto e capitello sono uniti da un collarino decorato con piccole incavature regolari a forma di foglioline stilizzate. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta di ciò che resta del colonnato del nàos attraverso le colonne della peristasi. Il pronaos era tristilo, cioè presentava tre colonne in àntis, tuttora esistenti. All’interno del nàos, cui si accedeva da due porte laterali, si trovava un solo colonnato centrale. Delle 7 colonne originarie sono rimaste solo le prime 3. Invece dell’opistòdomos, nella parte posteriore, si trovava l’àdyton, un ambiente chiuso cui si accedeva dal nàos, anche in questo caso da due porte laterali. Tale stanza, presente anche in altri templi greci in Italia, conservava, probabilmente, il tesoro del tempio e ospitava la statua della dea. L’àdyton, il prospetto ennastilo e il colonnato unico interno sono senza dubbio gli elementi più tipicamente arcaici di questo tempio. Soluzioni analoghe sarebbero state decisamente abbandonate dall’architettura greca in età classica. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta della peristasi con l’architrave della trebeazione. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Capitelli della peristasi. .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b:active, .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u59b1fffa41dfce10cec131c9f194be0b:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Tomba del tuffatore a Paestum Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Due colonne viste dal basso. Si apprezza la veduta del collarino, dell’ampio echino e dell’abaco quadrato. L’abaco misura quasi il doppio del diametro del collarino al sommoscapo, ossia l’estremità superiore del fusto. Tempio di Hera (Basilica), 550 a.C. ca. Paestum (Salerno). Particolare del fusto di una colonna con le scanalature a spigolo vivo. Il Tempio di Nettuno Il Tempio di Nettuno, o Tempio di Poseidone, è il più grande di Paestum e per questo si suppone sia stato dedicato al dio protettore della città, ma non se ne ha certezza. È stato, infatti, ipotizzato che anche questo edificio fosse stato consacrato ad Era. È uno dei templi meglio conservati di tutto il mondo greco. Per questo, e per la sua maestosità, sin dalla seconda metà del XVIII secolo attirò visitatori numerosi, anche dall’estero, che ne fecero tappa irrinunciabile del loro Grand Tour in Italia. Inoltre, grazie alla relativa vicinanza del sito archeologico a Roma, divenne oggetto di studi da parte degli architetti neoclassici ottocenteschi, che ne fecero un modello per i propri edifici classicistici, ispirati al mondo antico. Esso, quindi, ha influenzato l’architettura ottocentesca europea ben più del Partenone, troppo lontano e difficilmente raggiungibile. Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). Prospetto principale. Costruito in età classica, intorno alla metà del V secolo a.C., nel 450 a.C. circa, si trova a breve distanza dalla Basilica, disposto parallelamente ad essa. Presenta marcate analogie architettoniche con il Tempio di Zeus a Olimpia, edificato nello stesso periodo. Il tempio misura 24,31 x 59,89 metri. Ha un crepidoma di tre gradoni. È di ordine dorico, periptero esastilo. La peristasi, composta da 6 x 14 colonne, alte 8,88 metri e poco rastremate, conferisce all’edificio un aspetto un po’ più allungato della norma. Se fosse stata applicata la soluzione canonica affermatasi nell’architettura della madrepatria, le colonne sarebbero state 6 x 13, Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). Prospetto principale. La presenza dei turisti tra le colonne aiuta a comprendere le proporzioni dell’architettura. Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). Prospetto laterale. Un’altra eccezione è data dal numero di scanalature nei fusti delle colonne della peristasi, che sono 24 invece che 20, come prevederebbe la norma dell’ordine dorico. Costruito in pietra calcarea, presenta ancora l’intera trabeazione e i due frontoni, che non sono stati integrati da sculture. Il fregio, realizzato con pregiata arenaria, ha le metope lisce, un tempo vivacemente colorate, forse decorate con rappresentazioni dipinte. All’interno, un alto gradino segna il passaggio dal pronaos in antis, composto da due colonne tra le due ante, al nàos. Questo presentava all’interno tre navate con due file di sette colonne a doppio ordine, ossia a due livelli sovrapposti, con il secondo più piccolo. Le colonne del nàos avevano 20 scanalature nel livello inferiore e 16 sedici in quello superiore. Il tempio era dotato di opistodomos, uguale al pronaos. Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). Colonne della peristasi. Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). Particolare della trabeazione con il fregio a metope e triglifi. Tempio di Nettuno, 450 a.C. ca. Paestum (Salerno). In questa foto si vedono il crepidoma in basso, le colonne del prospetto in primo piano, quelle del pronaos in secondo piano e, sullo sfondo al centro, uno dei due colonnati a doppio livello del nàos. Il Tempio di Nettuno, come il Partenone ad Atene, presenta alcune correzioni ottiche, adottate per compensare alcune naturali distorsioni visive generate dalla visione prospettica. Sono state infatti riscontrate una leggera curvatura del crepidoma, l’inclinazione verso l’interno, appena percettibile, delle colonne della peristasi e una leggerissima curvatura verso il basso della trabeazione delle due prospetti principali. Davanti al tempio sono stati ritrovati i resti di due altari (bòmoi) per i sacrifici; sulla sinistra dell’edificio, i resti di due ulteriori altari, numerosi cippi e le tracce di un altro piccolo tempio. Il Tempio di Atena Il Tempio di Atena o Athenaion, arcaico, fu costruito intorno al 500 a.C., nel Santuario settentrionale di Paestum, a una certa distanza dal Santuario meridionale in cui si trovano il Tempio di Hera e il Tempio di Nettuno. Venne edificato sui resti di un precedente edificio templare, probabilmente distrutto da un incendio. Nel XVIII secolo fu attribuito erroneamente a Cerere, ma il ritrovamento di numerose statuette in terracotta di Atena ha reso più plausibile la dedica a quest’ultima divinità. Intorno all’VIII secolo, venne trasformato in una chiesa: la peristasi fu chiusa con muri fra le colonne e le pareti del nàos vennero abbattute. Nel Novecento, si decise di ripristinarne l’aspetto originario, per quanto possibile. Come gli altri due templi di Paestum, anche quello di Atena è di ordine dorico, con elementi formali ancora tardoarcaici: periptero esastilo, presenta una peristasi di 6 x 13 colonne che poggia su un crepidoma a tre gradoni. L’edificio misura 14,54 x 32,88 metri. Tempio di Athena (noto anche come Tempio di Cerere), 500 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta angolare. Le colonne, costruite in pietra calcarea locale, sono fortemente rastremate, e dotate di collarino un tempo decorato con motivi in rosso, blu e oro, nonché concluse da un capitello ampio. Era per la prima volta che in Magna Grecia si applicava la nuova regola che prevedeva il numero delle colonne sul lato maggiore uguale al doppio più una di quelle della facciata. Il nàos era a navata unica, senza colonnati interni, con pronaos ma senza adyton (la camera del tesoro sul retro). Tempio di Athena (noto anche come Tempio di Cerere), 500 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta laterale. Il pronaos presentava un’inconsueta soluzione. Era infatti molto allungato e tetrastilo prostilo, con 4 colonne disposte frontalmente e 2 lateralmente. Altre 2 semicolonne d’anta decoravano i prolungamenti delle pareti del nàos all’ingresso. Tali colonne erano ioniche. Ne restano soltanto le basi e due capitelli, i più antichi in stile ionico rinvenuti in Italia, oggi custoditi nel vicino Museo Archeologico. Da quanto ne sappiamo, era la prima volta che due ordini, dorico e ionico, convivevano nello stesso tempio. In prossimità dell’ingresso al nàos, due scale gemelle laterali conducevano al sottotetto. Tutto l’edificio era, in origine, vivacemente colorato. Tempio di Athena (noto anche come Tempio di Cerere), 500 a.C. ca. Paestum (Salerno). Veduta della peristasi dall’interno del nàos. L'articolo Paestum proviene da Arte Svelata.
Jun 23, 2025
10 min
Le tre Amazzoni
Versione audio: Le amazzoni (dal greco amazòn, composto da alfa privativa e mazós, ‘senza mammella’) appartenevano, secondo la mitologia greca, a un popolo di donne guerriere, originario del Caucaso ma insediatosi nelle coste centrosettentrionali dell’Asia Minore. Queste donne, che combattevano a cavallo, armate di arco, ascia e scudo, erano così chiamate perché, secondo il racconto, usavano amputarsi la mammella destra con un disco di rame arroventato, per tirare meglio le frecce. .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7:active, .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u6627a2a167ad53a4061b8183d156eeb7:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il “caso” dei Bronzi di Riace Le amazzoni furono protagoniste di moltissime rappresentazioni artistiche, sia nell’ambito della pittura vascolare greca, sia in quello della scultura. Molti bassorilievi rappresentano le cosiddette “amazzonomachie”, ossia le mitiche battaglie combattute dalle amazzoni. Vi sono tuttavia tre opere, in particolare, che meritano una riflessione più approfondita. Si tratta di statue a tutto tondo scolpite, da grandi maestri dell’arte greca, nel contesto di una grandiosa competizione, e note come Amazzone Capitolina, Amazzone Mattei e Amazzone Sciarra. Da sinistra Amazzone Sciarra, Amazzone Capitolina e Amazzone Mattei. La competizione Secondo Plinio il Vecchio (storico romano vissuto nel I sec. d.C.), fra il 438 e il 435 a.C. fu indetta una gara per scolpire una immagine di amazzone ferita da destinare al Santuario di Artemide a Efeso (Plin., Nat. Hist., XXXIV, 19). I contendenti furono Fidia, Policleto e Cresila, assieme a Phradmon e Kydon. Furono i medesimi artisti a giudicare l’opera di ciascun avversario, assegnando la vittoria a Policleto. La scultura di Fidia arrivò seconda, quella di Cresila terza, quella di Kydon quarta e quella di Phradmon solo quinta. Leggiamo, infatti, in Plinio: «Piacque che fosse scelta quella più apprezzata degli artisti stessi, che erano presenti, con un giudizio, allora si vide essere quella, che tutti avevano giudicata seconda ciascuno dopo la propria». (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXIV, 53). .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e:active, .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u8a57bee591d0ba888646fc877408139e:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Discobolo di Mirone Tutti gli originali sono andati perduti; per fortuna, conosciamo i modelli dei primi tre artisti, grazie a numerose copie romane che non solo attestano il grande successo di questi capolavori ma ci permettono di confrontarli. Purtroppo, l’assegnazione di ogni Amazzone al proprio autore è ancora oggetto di discussione: le opere sono molto simili e non presentano caratteri stilistici così definiti da consentire un’attribuzione certa. Inoltre, trattandosi di copie, potrebbero non essere fedelissime agli originali. È stata formulata un’ipotesi, tendenzialmente condivisa, che tuttavia dobbiamo presentare come tale. Policleto (Sosikles copista), attr., Amazzone ferita, detta Capitolina, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo, altezza 2,02 m. Roma, Musei Capitolini. L’Amazzone Capitolina L’Amazzone ferita detta Capitolina potrebbe essere di Policleto, perché presenta proporzioni coerenti con quelle del Doriforo. La copia conservata ai Musei Capitolini è firmata da Sosiklès (o Sòsicle), uno scultore ateniese attivo alla fine del II secolo d.C. La figura femminile, sostanzialmente ponderata, scarica il peso del corpo sulla sola gamba sinistra, mentre la destra è flessa. Policleto, con il Doriforo, aveva già perfezionato la posizione ancata dei Bronzi di Riace (uno dei quali plasmato dal suo maestro Agelada), rendendola assolutamente sciolta e naturale. .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d:active, .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u1739652b3329eacc865971a3ee15224d:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Doriforo di Policleto Eppure, sembra quasi che il grande artista stesse già ponendo le basi per il superamento di questo supremo equilibrio, come se le conquiste raggiunte fossero diventate non più solo un traguardo ma una base di partenza per nuove sperimentazioni. Osserviamo, infatti, che il busto della sua amazzone è sbilanciato verso destra, sul lato dov’è aperta la ferita, che la donna scopre rimuovendo il chitone con la mano. L’asse del corpo è chiaramente spostato rispetto al baricentro, e verso la parte instabile, poiché segue una linea ideale che congiunge il capo inclinato, la ferita e la gamba flessa. Policleto (Sosikles copista), attr., Amazzone ferita, detta Capitolina, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo, altezza 2,02 m. Roma, Musei Capitolini. .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00:active, .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ub0f41d1ec300001daff9e10ca95f1d00:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Fidia. Le grandi statue Policleto, Doriforo, copia antica da un originale in bronzo del 450-445 a.C. Marmo, altezza 2,12 m. Napoli, Museo Archeologico nazionale. L’Amazzone Mattei Anche la cosiddetta Amazzone Mattei, che potrebbe essere di Fidia, presenta un esempio di superamento della ponderazione policletea. La donna, ferita alla coscia sinistra, tiene la gamba destra tesa ma si sbilancia verso la parte del corpo scarica, tenendo l’arco con entrambe le braccia: il braccio destro è sollevato sopra la testa, il sinistro invece è adagiato. Secondo alcune fonti, nell’originale, l’Amazzone si appoggiava alla propria lancia, che arrivava fino a terra. Questa posa dall’apparenza instabile era piuttosto ardita per quegli anni. Compariva una tendenza alla narrazione che avrebbe, di fatto, sancito la fine dell’esperienza classica e avviato l’apertura della grande stagione ellenistica. L’amazzone di Fidia, così come le sue gemelle scolpite da Policleto e Cresila, veste un corto chitone senza maniche stretto in vita da una cintura, e che le lascia un seno scoperto. .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566:active, .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uf50ceb7a82f198eddc8f28c46ad76566:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Fidia. La decorazione del Partenone Il panneggio a piegoline fitte, magnificamente realizzato, è un esempio di quell’effetto bagnato che avrebbe reso lo scultore famoso in tutto il mondo antico. La copia migliore è conservata nei Musei Capitolini; altre due si trovano nei Musei Vaticani. Fidia, attr., Amazzone ferita, detta Mattei, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo, altezza 1,90 m. Roma, Musei Capitolini. Fidia, attr., Amazzone ferita, detta Mattei, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo. Roma, Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani). Fidia, attr., Amazzone ferita, detta Mattei, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo. Roma, Museo Chiaramonti, Braccio Nuovo (Musei Vaticani). L’Amazzone Sciarra La cosiddetta Amazzone Sciarra potrebbe essere quella di Cresila, uno scultore cretese attivo nella seconda metà del V secolo a.C. La quadratura delle spalle, i lineamenti del volto e la struttura corporea rimandano alla statua del Doriforo di Policleto, a dimostrazione di quanto fosse ancora autorevole questo modello. Ma in questo caso, la donna, stanca e ferita al petto, cerca sollievo sostenendosi a un pilastro e sollevando il braccio destro. La figura resta sostanzialmente ponderata, e si può supporre che pure in assenza del sostegno la donna riuscirebbe a mantenersi in equilibrio con la stessa posa. Ma, a differenza del Doriforo, l’Amazzone Sciarra presenta la spalla sinistra abbassata verso la gamba rilassata. Si nota, dunque, un’alterazione nella distribuzione dei pesi, resa evidente dalla dolente posizione del braccio destro alzato, e uno sbilanciamento verso il sostegno. Si tratta di novità di grande rilievo, che dimostrano come la codificazione canonica di Policleto non venisse considerata uno schema rigido, estraneo a ogni forma di evoluzione, ma una semplice indicazione di metodo. Si stavano ponendo le premesse per l’affermazione del nuovo modello di Prassitele, che nel IV sec. a.C. avrebbe proposto figure languide, aggraziate, malinconicamente appoggiate a dei sostegni. La copia più bella si trova a Berlino. Un altro esemplare molto ben conservato è al Metropolitan di New York. Cresila, attr., Amazzone ferita, detta Sciarra, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo, altezza 1,83 m. Berlino, Staatliche Museen. Cresila, attr., Amazzone ferita, detta Sciarra, copia antica da un originale del 438-435 a.C. Marmo. New York, Metropolitan Museum of Art. Prassitele, Hermes e Dioniso, 350-340 a.C. Marmo, altezza 2,3 m. Olimpia, Museo Archeologico. L'articolo Le tre Amazzoni proviene da Arte Svelata.
May 29, 2025
6 min
Dall’Egitto a Parigi. La Piramide del Louvre di Ieoh Ming Pei
Versione audio: Perché le piramidi dell’Antico Egitto ci affascinano così tanto? Perché sono grandi e maestose e anche per noi oggi costituirebbero una grande sfida costruttiva. Perché sono simboli di potere e di eternità. Perché la loro costruzione è ancora avvolta nel mistero: hanno camere nascoste e gli archeologi sperano di trovare al loro interno altri ambienti segreti, finora mai scoperti. Alle piramidi sono stati dedicati documentari, film di successo, libri e videogiochi. Ne consegue che, quando si pensa alla forma geometrica della piramide, vengono subito in mente proprio le piramidi egizie, i monumenti funerari per eccellenza: maestose, perfette, immutabili. Un esempio di come l’uomo possa, con l’ingegno e la fatica, creare qualcosa capace di sfidare il tempo e aspirare all’eterno. Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, 2600-2500 a.C. Necropoli di El-Giza. Molte piramidi nel mondo In realtà, le piramidi non sono solo egizie. Sono infatti riconducibili a questa forma geometrica sia le grandiose ziggurat mesopotamiche sia i giganteschi templi costruiti dalle civiltà mesoamericane (soprattutto i Maya), in Messico, fino al XV secolo d.C. Ricordiamo, poi, la Piramide di Cestio a Roma. .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d:active, .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u7dfbdabdec366d72d9c6b440146d0f7d:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le piramidi d’Egitto e la Necropoli di El-Giza Il fascino misterioso esercitato dalla forma geometrica della piramide si è mantenuto anche nell’arte occidentale di età cristiana, dal Rinascimento in poi, e soprattutto dopo la “riscoperta” ottocentesca della civiltà egizia, a opera degli archeologi. Raffaello introdusse la forma della piramide nella sua Cappella Chigi, Canova scolpì una piramide per il suo Monumento Funebre a Maria Cristina d’Austria. Ziqqurat di Ur, XXII-XXI secolo a.C. Tell-el Mugaiyar (Iraq). .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2:active, .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uebfdc17c377e269bc3c92107a245bda2:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Museo Ebraico a Berlino di Libeskind Piramide di Kukulcan (El Castillo), IX-XII sec. Complesso archeologico di Chichén Itzá (Messico). Piramide di Gaio Cestio, I sec. a.C. Roma. Raffaello, Cappella Chigi, 1512-14, interno. Roma, Chiesa di Santa Maria del Popolo. Antonio Canova, Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, 1798-1805. Visione frontale. Marmo, altezza 5,74 m. Vienna, Augustunerkirche. Una piramide di vetro Ancora oggi, il fascino esercitato dalle piramidi è rimasto immutato. Lo dimostra il più famoso edificio piramidale contemporaneo del mondo: la Piramide del Louvre, inaugurata a Parigi nel 1989 e progettata dall’architetto statunitense di origine cinese Ieoh Ming Pei (1917-2019). Pei, autore di edifici avveniristici e per questo considerato come uno dei grandi maestri dell’architettura del Novecento, ha spesso ricercato la convivenza fra strutture estremamente tecnologiche con altre dalle forme più tradizionali. .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7:active, .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u797da6f8a890e166798a6f4859ce4ff7:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Movimento Moderno e l’insegnamento al Bauhaus Questa sua Piramide del Louvre, dalla struttura trasparente, in vetro e acciaio, concepita come un nuovo ingresso per il prestigioso museo parigino, oggi si offre come centro ideale dell’intero complesso architettonico barocco. Naturalmente, l’inserimento di un’opera così moderna nella vecchia Cour Napoléon, il cortile all’interno del Louvre, ha comportato una trasformazione piuttosto radicale dell’immagine dell’antico palazzo reale. Ieoh Ming Pei, Piramide del Louvre, 1983-1989. Parigi. Così antica, così contemporanea Questa scelta, sicuramente audace, ha alimentato le proteste di chi ha voluto contestare a Pei “la geometria glaciale” della sua piramide e soprattutto l’incongruenza di questa forma geometrica con il contesto architettonico di Parigi, al quale essa sarebbe estranea. Ma l’architetto ha respinto tali critiche, dichiarando che «coloro che parlano [della piramide come] di “casa dei morti” hanno letto male la storia. Pensano all’Egitto. Quando si passa dalla pietra al vetro tutto cambia completamente. La piramide, forma geometrica fondamentale, è “classica”; essa appartiene all’arte di tutte le epoche e al mondo intero». Ieoh Ming Pei, Piramide del Louvre, 1983-1989. Parigi. Particolare. .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203:active, .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u4d6ba8052d32b8e8c61a5d24e7ee7203:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La sede del Bauhaus a Dessau di Gropius Ieoh Ming Pei, Piramide del Louvre, 1983-1989. Parigi. Veduta notturna. .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26:active, .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ubbe054bde5972d8e416e6dfc7cc2bc26:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Villa Savoye di Le Corbusier Ieoh Ming Pei, Piramide del Louvre, 1983-1989. Parigi. Veduta notturna aerea. L'articolo Dall’Egitto a Parigi. La Piramide del Louvre di Ieoh Ming Pei proviene da Arte Svelata.
Mar 24, 2025
3 min
La Natura morta nel Seicento. Seconda parte
Versione audio: La Natura morta è un genere pittorico nato nel Cinquecento e sviluppatosi con grande successo nel corso del XVII secolo. Ebbe straordinaria fortuna non solo in Italia, dove trovò in Caravaggio un sostenitore convinto e un vero caposcuola, ma in tutta l’Europa. Le nature morte fiamminghe, olandesi, spagnole e tedesche sono di rara bellezza. Non di rado, questo genere si prestò a sollecitare, in chiave allegorica, riflessioni sulla caducità della vita e sull’incombenza della Morte, che vanifica ogni ambizione e velleità. .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896:active, .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uffeb9cbe928e10573212c16511e78896:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Canestra di frutta di Caravaggio Caravaggio, Canestra di frutta, 1599. Olio su tela, 47 x 62 cm. Milano, Pinacoteca Ambrosiana. .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866:active, .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ue8611aeb2c8d223e498b3a82aa1f7866:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Natura morta nel Seicento. Prima parte Bruegel, la Natura morta fiamminga Nelle Fiandre, Jan Bruegel il Vecchio (1568-1625), detto anche dei Velluti per la finezza esecutiva dei dettagli, fu un prolifico autore di nature morte e paesaggi. Soggiornò a lungo in Italia negli anni Novanta del Cinquecento, e in particolare a Milano, stringendo rapporti con gli altri artisti lombardi del tardo Rinascimento. Bruegel è considerato un altro antesignano della Natura morta propriamente intesa. Dipinse quadri di fiori con la competenza di un botanico, ricercatissimi dai collezionisti e come tali costosissimi; in alcuni suoi dipinti con mazzi di fiori recisi si possono contare oltre 100 specie diverse. Jan Bruegel il Vecchio, Mazzo di fiori, dopo il 1607. Olio su tavola, 125 x 96 cm. Monaco, Alte Pinakothek. Claesz, la Natura morta olandese In Olanda, nel XVII secolo, le Nature morte mirarono a esprimere l’amore per l’intimità familiare: quello stesso che connotava così profondamente la società borghese del tempo. In questo paese il genere della natura morta ebbe grandissima fortuna; a partire dagli anni Venti alcuni pittori di Haarlem, tra cui Pieter Claesz (1596/98-1661), divennero autentici specialisti nella rappresentazione di tavole apparecchiate. Pieter Claesz, Natura morta con bicchiere di vino e coppa d’argento, 1635. Olio su tela. Berlino, Gemäldegalerie. Pieter Claesz, Natura morta con bicchiere di vino e coppa d’argento, 1635. Particolare. .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579:active, .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u0790009e7b3c96277327169bf7b76579:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Annibale Carracci: il mangiafagioli e i macellai Pieter Claesz, Natura morta con bicchiere di vino e coppa d’argento, 1635. Particolare. Bisogna infatti ribadire che ogni pittore di Nature morte tendeva a specializzarsi, diventando pittore di fiori o di pesci o di tavole apparecchiate. La sua arte aveva un carattere eminentemente imprenditoriale e tendeva ad evitare intellettualismi che potevano renderla troppo difficile e impopolare. Egli operava per «rendere riconoscibile, con sorta di firma, il proprio prodotto», orientava la propria attenzione «su un universo di oggetti a lui vicini, che possono essere contenuti nel ristretto ambito dello studio. La Natura morta sembra allora essere una sorta di autocelebrazione della propria capacità replicativa, nell’ordine della meraviglia, nel sentimento barocco dell’inganno e dello stupore» (A.Veca). .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956:active, .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u0380f32add97af3c17a90aecf99eb956:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  I ragazzi del Caravaggio (Michelangelo Merisi) Claesz, per esempio, era specializzato in “banchetti” e “piccole colazioni”, ossia nella raffigurazione di tavole imbandite. Produsse molte opere di grande fascino e suggestione, nelle quali il virtuosismo realistico (apprezzabile nella trasparenza dei bicchieri, nella lucentezza del vasellame d’argento, nei riflessi, di un realismo spettacolare) si accompagna a un taglio assai semplificato delle composizioni. Spesso, le stoviglie abbandonate su un buffet sembrano testimoniare la conclusione di un festeggiamento: forse un’allusione alla caducità della vita. Gli oggetti, com’è facile verificare, sono in genere gli stessi, segno che il pittore li possedeva e li combinava di volta in volta in modo differente, sul tavolo davanti al suo cavalletto, per creare nuove combinazioni. Pieter Claesz, Natura morta, 1635. Olio su tavola, 88 x 113 cm. Amsterdam, Rijksmuseum. Pieter Claesz, Natura morta con granchio, 1644. Olio su tela. Strasburgo, Musée des beaux-arts. .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d:active, .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u6fa875c26b53c6fc22d7a11d1880559d:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Bacco di Caravaggio Pieter Claesz, Natura morta con timballo di more, 1645. Olio su tavola, 54 x 82 cm. Dresda, Staatliche Kunstsammlung. Zurbaran, la Natura morta spagnola In Spagna furono prodotti i cosiddetti bodegones, piccoli quadri che raffigurano ortaggi o comuni oggetti di terracotta, disposti entro semplici scaffali o in modesti ambienti domestici. Con il termine spagnolo bodegon, infatti, si usa indicare uno specifico genere di Natura morta ambientata in cucina, con tutti gli elementi ad essa connessi: selvaggina morta, pesci, dolci ma soprattutto brocche, piatti e bicchieri. Maestro del genere fu Francisco de Zurbarán (1598-1664), tra i maggiori pittori spagnoli del XVII secolo. Autore anche di pittura sacra, fu attivo fra l’inizio del terzo decennio e l’anno della sua morte. Sensibile al linguaggio caravaggesco, elaborò un linguaggio pittorico piuttosto arcaicizzante, dove i personaggi, immobili e quasi stilizzati, vengono illuminati da una luce ferma e tagliente, carica di profondi significati spirituali. Francisco de Zurbarán, Natura morta con limoni, arance e una rosa, 1633. Olio su tela, 62,2 x 107 cm. Pasadena, Museo Norton Simon. Le Nature morte di Zurbarán sono considerate dagli storici dell’arte capolavori del proprio genere e tra le più belle e suggestive del Seicento. L’artista spagnolo rifuggì dalle composizioni complesse e dalla ostentazione di virtuosismo proprie dei suoi colleghi europei. Privilegiò infatti composizioni semplici, a volte perfino essenziali, con pochi oggetti allineati in primo piano, disposti in modo regolare e separati gli uni dagli altri. .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0:active, .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u0406458386c5d4b3ed486d14cdddd3e0:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 2. Fede Galizia e Artemisia Gentileschi In una celebre opera conservata al Prado, si distribuiscono, da sinistra, un bicchiere posato su di un piattino di metallo, due vasi, uno in porcellana bianca e l’altro in terracotta, e infine una brocchetta con due manici posata su un altro piattino metallico. Il ripiano di appoggio è spesso e corre parallelo al bordo inferiore del dipinto. Il fondo è scuro. Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1650, olio su tela, 46 x 84 cm. Madrid, Museo del Prado. In un’altra sua Natura morta, ancora più essenziale, gli oggetti quotidiani, così isolati e inquadrati a brevissima distanza, assumono un’intensità mistica. Su un tavolo, una tazza in ceramica dai manici deliziosamente curvi, colma d’acqua, è appoggiata su un piatto d’argento sul cui bordo si posa una rosa senza spine in piena fioritura. Si colgono, in questo prezioso dipinto della National Gallery, significati religiosi che i devoti spettatori spagnoli del diciassettesimo secolo non faticavano a riconoscere. Il calice d’acqua pura e la rosa senza spine rimandano, infatti, alla Vergine Maria e alla sua Immacolata Concezione. Francisco de Zurbarán, Tazza con rosa e piatto, 1630 ca. Olio su tela, 21,2 x 30,1 cm. Londra, National Gallery. Simboli religiosi nelle nature morte Il cibo che i pittori dipingevano costituiva la gioia della tavola dei ricchi; la rappresentazione del morbido, del lucido o del brillante si faceva elogio dei beni artificiali. È indubbio, infatti, che il grande successo della Natura morta vada in parte attribuito alla cultura borghese dell’accumulo e dell’ostentazione. Tuttavia, è spesso possibile riscontrare un qualche significato simbolico all’interno nelle Nature morte, soprattutto in quelle con le tavole apparecchiate, che possono nel loro insieme configurarsi come vere e proprie allegorie. Un grappolo d’uva, ad esempio, allude al vino e di conseguenza al sangue di Cristo; il pane è il corpo di Cristo e come il vino è un simbolo eucaristico; la mela ricorda il peccato originale e rimanda alla figura della Madonna, che non ne fu macchiata; il limone è simbolo di salvezza; una noce aperta richiama il Cristo crocifisso (il mallo sarebbe la carne, il guscio la croce e il gheriglio alluderebbe alla natura divina di Gesù, fonte di vita), il formaggio, tipico cibo del digiuno, è associato alla Quaresima. Un esempio emblematico è costituito dalla celebre Natura morta del pittore tedesco Georg Flegel (1566-1638), dipinta nel 1635, allegoria dell’incessante lotta fra il Bene (Cristo) rappresentato dal pesce e il Male (Satana) mostrato sotto forma di coleottero. Georg Flegel, Natura morta con pane e aringa, 1635. Olio su tavola, 24 x 36 cm. Colonia, Wallraf-Richartz Museum. .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149:active, .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u83ee60bd3eed78b66c81b033227cf149:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Una natura morta di Georg Flegel Vanitas e memento mori La Vanitas è un particolare genere di natura morta, assai diffuso nel Seicento soprattutto in Olanda, caratterizzato dalla presenza di elementi dal chiaro intento simbolico (teschi, clessidre, candele consumate dalla fiamma, frutti ammaccati, fiori appassiti) che rimandano ai temi del trascorrere del tempo e della caducità della vita e della bellezza: in altre parole, si tratta di allegorie della Morte. Barthel (Bartholomäus) Bruyn, Vanitas, 1524. Olio su tavola, 61 x 51 cm. Otterlo, Kröller-Müller Museum. Simon Renard De Saint-Andre, Vanitas, XVII sec. Olio su tela, 47 x 38 cm. Marsiglia, Museo di Belle Arti. Pieter Claesz, Vanitas, 1625. Olio su tela, 29,5 x 34,5 cm. Haarlem (Paesi Bassi), Frans Hals Museum. Il termine Vanitas deriva dal latino vanus, che letteralmente vuol dire “vuoto”, “caduco”. Lo scopo di queste inquietanti Nature morte non era evidentemente decorativo. Esse dovevano spingere a riflettere sulla precarietà dell’esistenza e sulla natura effimera dei beni mondani, il cui valore è reso vano dal trascorrere inesorabile del tempo che tutto consuma. Esse sono quindi esortazioni al memento mori, letteralmente, “ricordati che devi morire” e quindi comportati di conseguenza. «Vanitas vanitatum, et omnia vanitas» (dal latino, “vanità delle vanità, e tutte le cose vanità”): così recita il libro biblico dell’Ecclesiaste (1, 2; ripetute poi in 12, 8). Queste parole sono speso riportate nei dipinti per ribadire la vanità dei beni terreni e la stupidità di coloro che si affannano ad accumularli. Pieter Claesz, Vanitas, 1630 ca. Olio su tela, 39,5 x 56 cm. L’Aia, Mauritshuis. Una celebre Natura morta del pittore belga Philippe de Champaigne (1602-1674) presenta, in maniera più che esplicita, al centro un teschio, simbolo della morte, e ai lati un tulipano in un vaso, che avvizzisce rapidamente richiamando la fragilità umana, e la clessidra, la quale simboleggia lo scorrere inesorabile del tempo. Philippe de Champaigne, Natura morta con teschio (Conosciuto anche come Vanitas con tulipano, teschio e clessidra), 1671. Olio su pannello, 28 x 37 cm. Le Mans (Francia), Musée de Tessé. Antonio de Pereda Vi sono dipinti, come quelli dello spagnolo Antonio de Pereda (1608-1678), che offrono interessanti variazioni sul tema della vanitas. In due celebri allegorie della vanità, quella di Vienna e quella (più tarda) degli Uffizi, ritroviamo tutti i simboli che alludono al tema: i teschi, la candela spenta, la clessidra, i fiori recisi, le carte da gioco, i soldi, i gioielli, le armi. Il mappamondo ricorda che i vasti imperi terreni sono destinati a svanire nel tempo, laddove solo il regno divino durerà in eterno, come, nella Vanitas degli Uffizi, ricorda il grande dipinto raffigurante il Giudizio Universale, svelato da un drappo sullo sfondo. Antonio de Pereda, Allegoria della Vanità, 1636. Olio su tela, 174 x 139 cm. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Antonio de Pereda, Allegoria della Vanità, 1670 ca. Olio su tela, 152 x 173 cm. Firenze, Uffizi. Ne Il sogno del Cavaliere, un giovane nobile dorme seduto su una poltroncina, con il viso pallidissimo appoggiato ad una mano: una evidente allusione alla morte che incombe. Egli sogna la gloria, la ricchezza, le vanità di questo mondo, simboleggiate dagli oggetti sparsi sul tavolo che una figura angelica gli sta mostrando: gioielli, denaro, armi, la corona per il potere temporale e la mitra per quello spirituale. A questi sono tuttavia affiancati altri simboli, che rimandano alla caducità di ogni cosa: i teschi, la candela spenta, la maschera simbolo dell’effimero, i fiori che appassiscono rapidamente. Antonio de Pereda, Il sogno del Cavaliere, 1640 ca. Olio su tela, 1,52 x 2,17 m. Madrid, Real Academia de San Fernando. L'articolo La Natura morta nel Seicento. Seconda parte proviene da Arte Svelata.
Mar 18, 2025
9 min
La Natura morta nel Seicento. Prima parte
Versione audio: Nell’arte figurativa, si definisce Natura morta quel genere artistico che prevede la raffigurazione di fiori, frutta, pesci, cacciagione o vari oggetti d’uso, presentati come soggetti autonomi. L’origine della Natura morta è molto antica. Concepiti come rappresentazioni autonome o inseriti in contesti narrativi più complessi, fiori, frutta e oggetti sono presenti, in pittura, già nell’arte egizia e mesopotamica e poi in quella greca e romana. Anche nell’arte bizantina e medievale occidentale, le scene bibliche e le storie dei santi offrono occasioni per raffigurare stoviglie e vivande sulle tavole, libri, strumenti per la scrittura. .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb:active, .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u7b736d5c463746a248ac8088177a15fb:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 2. Fede Galizia e Artemisia Gentileschi Fiori e frutti sono adottati come simboli di Maria e di Cristo e accompagnano le loro figure. Nei dipinti fiamminghi del XIV secolo, che ricostruiscono analiticamente interni e arredi, e anche in certi esempi quattrocenteschi di pittura italiana, vedi il Cenacolo di Leonardo a Milano, si possono riconoscere i diretti antecedenti della Natura morta. In qualche modo, sono già di fatto Nature morte i versi, cioè le parti posteriori, di certi ritratti fiamminghi e tedeschi, con la rappresentazione autonoma di oggetti. Hans Memling, Vaso di fiori, 1485 ca. Olio su tavola, 29 x 22 cm. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza. Il Vaso di fiori di Hans Memling, lato B del Ritratto di giovane uomo che prega del 1485, costituisce un esempio emblematico. Anche veri e propri trompe-l’oeil che si diffondono nel primo Rinascimento in dipinti, miniature e tarsie costituiscono un antecedente di questo genere in Italia: pensiamo alle tarsie dello Studiolo di Federico da Montefeltro a Urbino, realizzate attorno al 1476. Il primo esempio italiano di Natura morta inteso come genere pittorico autonomo è la tavola (forse sportello di un armadio) con una pernice, guanti di ferro e un dardo di balestra, del veneziano Jacopo de’ Barbari, firmata e datata 1504. Jacopo de’ Barbari, Natura morta con pernice, guanti di ferro e dardo di balestra, 1504. Olio su tavola, 52 × 42,5 cm. Monaco di Baviera, Alte Pinakothek. Un genere minore Il termine Natura morta è seicentesco e comparve per la prima volta in alcuni inventari di quadri olandesi di metà XVII secolo. Qui leggiamo di Stilleven, parola poi tradotta nel tedesco Stilleben e nell’inglese Still life (traducibile letteralmente con “vita immobile”): tutte espressioni che indicano il carattere fermo dei soggetti illustrati, in contrapposizione alle immagini con figure umane dove si voleva cogliere il senso della vita, del movimento, più o meno trattenuto, della vivacità intellettuale, dell’ardore sentimentale ed emotivo. Le dizioni Nature morte e Natura morta sono invece tipiche dei paesi latini. .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8:active, .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u4ada2d282a77db6b30d4efab921024d8:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Una natura morta di Georg Flegel A Parigi, sempre nel XVII secolo, sotto la guida del pittore Charles Le Brun (1619-1690), massimo esponente della cultura pittorica e decorativa dell’età di Luigi XIV, furono ordinati gerarchicamente tutti i generi pittorici allora prodotti. Quello cui i francesi riconobbero maggiore importanza fu ovviamente il genere “di storia” (biblica, mitologica e relativa alle gesta di uomini famosi); seguivano il ritratto, la pittura di paesaggio, la pittura di animali e, per ultimo, proprio quello della Natura morta, considerato con disprezzo dall’Accademia perché si limitava alla rappresentazione di fiori, cibarie e oggetti. Gli acquirenti di Nature morte furono normalmente borghesi, che amavano con queste opere decorare le sale da pranzo delle proprie case o delle ville di campagna. Frans Snyders, La dispensa, 1645 ca. Olio su tela, 162 x 228 cm. Mosca, Museo Pushkin. Le prime nature morte Se il Seicento è considerato il secolo della Natura morta, l’uso di introdurre nei quadri alcune immagini di oggetti tratti dal vero fa parte di una lunga tradizione. Nella seconda metà del Cinquecento, però, il diffuso interesse per gli studi naturalistici aveva spinto alcuni artisti a produrre dipinti che destinavano gran parte della composizione ai fiori, alla frutta o alle tavole imbandite. Nelle Fiandre, per esempio, le scene evangeliche furono talvolta relegate in secondo piano per lasciare spazio a descrizioni di mercati o di interni di cucina. Negli ultimi decenni del secolo, il nuovo filone cominciò ad incontrare il favore del pubblico: così, fiori, frutta, ortaggi, carne salata, cacciagione, dolci, formaggi, vasi, gioielli, libri conquistarono una loro completa autonomia all’interno del dipinto, trasformandosi in soggetti autonomi dell’arte. In Lombardia, la ricerca del vero La pittura lombarda del Cinquecento, per esempio, era stata segnata, secondo la definizione di Vasari, da una spiccata attenzione per le «cose naturali». I lombardi realizzarono, quindi, dipinti devozionali, ritratti, paesaggi e scene ispirate alla vita quotidiana mantenendo sempre vivo il contatto con il “vero”, cioè con la realtà, che essi amarono riprodurre con attento naturalismo rispettando la verosimiglianza delle forme, dei colori, dei giochi di luce. Il contesto artistico lombardo coinvolge anche il territorio dell’Emilia, cui fa capo la prima produzione naturalistica di Annibale Carracci, autore di quadri con contadini a tavola e macellai in bottega. Sicuramente, il gusto così spiccato per il naturalismo di certa pittura italiana del Nord ha le sue radici nell’arte di Leonardo, che a Milano aveva lasciato testimonianze preziose della sua concezione “scientifica” della pittura. Frans Snyders, Il mercato del pesce, 1618-21. Olio su tela, 209 x 341 cm. San Pietroburgo, Hermitage. .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1:active, .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ub77858b471c04c04d7cb6dbd38fd1ab1:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Annibale Carracci: il mangiafagioli e i macellai Vincenzo Campi Il cremonese Vincenzo Campi (1536-1591) manifestò in modo prorompente il gusto per l’indagine naturalistica, come si può verificare grazie al suo indiscusso capolavoro, La fruttivendola. L’opera, del 1583, ha per soggetto una donna del popolo seduta all’aperto, con un grappolo d’uva in mano, nell’atto di presentare ai clienti una serie di ceste, piatti e recipienti ricolmi di frutta e ortaggi. C’è di tutto: dalle ciliegie alle pesche (da poco introdotte in Italia dalla Persia), dalle fave ai piselli, dai carciofi ai cavoli alle zucche, e ancora fichi, gelsi e pere. Affrontando questo tema, Campi scelse di inserirsi in un consolidato filone della pittura fiamminga, molto apprezzato in Europa e anche nel Nord Italia, in cui la rappresentazione di episodi di vita quotidiana veniva arricchita con la riproduzione minuziosa di oggetti, fiori e frutti. Nel dipinto di Campi, la rappresentazione della mercanzia testimonia una tecnica prodigiosa, che sostiene la volontà di esaltare le superfici di ogni singolo frutto o ortaggio. Vincenzo Campi, La fruttivendola, 1583. Olio su tela, 1,45 x 2,15 m. Milano, Pinacoteca di Brera. Caravaggio In Italia, il contributo fondamentale per lo sviluppo della Natura morta si deve a Caravaggio, nato a Milano e formatosi nella bottega del bergamasco Simone Peterzano. Il primo modello di riferimento del Caravaggio, come per tutti gli artisti del Nord Italia, fu senza dubbio Leonardo da Vinci, che certamente amò per il suo spiccato naturalismo, i morbidi chiaroscuri, l’assenza di intellettualismo filosofeggiante. Sicuramente, il giovane artista guardò anche al cremonese Vincenzo Campi, dal quale trasse il gusto per le nature morte e i quadri di genere. Nelle opere giovanili di Caravaggio, come il Bacchino malato, il Ragazzo con canestra di frutta e il Bacco, tutti quadri realizzati alla fine del Cinquecento, inserti di Nature morte con frutta trionfano fino ad occupare una parte significativa della tela. Caravaggio, Ragazzo con canestro di frutta, 1595. Olio su tela, 70 x 67 cm. Roma, Galleria Borghese. .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c:active, .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uef5e54f71375e366a76f2919b909979c:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  I ragazzi del Caravaggio (Michelangelo Merisi) Caravaggio, Bacco, 1597. Olio su tela, 95 x 85 cm. Firenze, Uffizi. .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30:active, .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u987dc5ce11bc2c40b4580a279cde5f30:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Bacco di Caravaggio Caravaggio fu il primo a riconoscere alla Natura morta la medesima dignità formale e interpretativa dei quadri di figura, o di storia sacra e mitologica. Come testimonia la sua magnifica Canestra di frutta della Pinacoteca Ambrosiana, egli fu il primo, o quantomeno uno tra i primi, a considerare la natura con le sue manifestazioni come soggetto rilevante in sé, laddove prima di lui inserti di fiori, frutta e verdura, animali e oggetti erano spesso del tutto accessori e avevano lo scopo primario di mostrare al pubblico la perizia tecnica dell’autore. Caravaggio, Canestra di frutta, 1599. Olio su tela, 47 x 62 cm. Milano, Pinacoteca Ambrosiana. .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720:active, .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ud0419c19781f8f7645cb8421a06b0720:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  La Canestra di frutta di Caravaggio Caravaggio fu certamente autore di numerose Nature morte, che la critica però ancora fatica a riconoscere. È stata attribuita al maestro lombardo una Natura morta di Denver, giacché probabilmente il quadro proviene dalla collezione del Cardinale Francesco Maria del Monte, protettore dell’artista e suo primo importante committente. Caravaggio (attr.), Natura morta con frutta, 1601-05. Olio su tela, 105 × 84 cm. Denver, Denver Art Museum. Il Maestro di Hartford A lungo è stato identificato con Caravaggio il misterioso Maestro di Hartford, autore di un gruppo di Nature morte sequestrate il 4 maggio 1607, assieme ad altri dipinti, presso la bottega del Cavalier d’Arpino a Roma, dove Caravaggio aveva lavorato poco più che ventenne. Oggi si tende ad escludere che il Maestro di Hartford fosse in realtà il giovane lombardo, da poco arrivato nella città papale. Tuttavia, l’altissima qualità di questi dipinti indica che il genere, probabilmente importato a Roma proprio da Caravaggio, aveva riscontrato rapidamente un grande successo.  Il Maestro di Hartford fu insomma uno dei primi caravaggisti e il più antico e importante specialista di Natura morta attivo a Roma tra il XVI e il XVII secolo. Maestro di Hartford, Vaso di fiori, alzatina con fichi, cesta con uva e frutta su tavolo, XVI sec. Olio su tela. Collezione privata. Le soluzioni adottate da questo anonimo pittore, come il taglio diagonale della luce e la trasparenza dei vasi, erano già state sperimentate da Caravaggio nel Bacchino malato, nel Ragazzo con canestra di frutta, nel Ragazzo morso dal ramarro e nel Bacco. Nel capolavoro custodito ad Hartford, in America, i gambi dei fiori recisi immersi nell’acqua sono una citazione quasi testuale del caravaggesco Suonatore di Liuto dell’Ermitage di San Pietroburgo, mentre la canestra di frutta che sporge dal margine del tavolo deriva da quella della Cena di Emmaus, sempre del Merisi, custodita alla National Gallery di Londra. Maestro di Hartford, Vasi di fiori e frutta su tavolo, 1600 ca. Olio su tela, 73,9 x 100 cm. Hartford (Connecticut), Wadsworth Atheneum Museum of Art. La Natura morta a Roma L’eredità di Caravaggio venne raccolta, negli anni Venti e Trenta del secolo, da molti pittori specializzati. Una vera e propria scuola caravaggista di Nature morte si affermò a Roma, dove il genere venne particolarmente apprezzato e ricercato dai collezionisti. Pittore caravaggesco, Canestra di frutta, XVII sec. Olio su tela. Parigi, Galerie Canesso. Pittore caravaggesco, Tre vasi di fiori, scoiattolo e pappagallo su tavolo, XVII sec. Olio su tela. Collezione privata. È ancora ignoto il cosiddetto Maestro della fiasca, così chiamato per la sua Natura morta più celebre oggi conservata a Forlì, ma della quale esistono altre versioni autografe. Attivo probabilmente a Roma nei primi anni del XVII secolo, e certamente influenzato dal linguaggio caravaggesco, si distingue dal maestro lombardo soprattutto per l’adozione del fondo scuro che fa risaltare sia il turgore cromatico del bouquet floreale sia la rugosità dell’umile fiasca con il collo sbeccato e il rivestimento di vimini logoro, trasformata in un vaso di fiori. Maestro della Fiasca di Forlì, Fiasca fiorita, 1615-20. Olio su tavola, 68,5 x 51,2 cm. Forlì, Pinacoteca civica. Iris, gladioli e stelle di Betlemme sono resi con tale realismo da sembrare tangibili. La tavoletta sistemata in obliquo crea un affetto tridimensionale davvero prodigioso. Questo quadro è stato definito dallo storico dell’arte Antonio Paolucci come uno dei «vertici assoluti del naturalismo di matrice caravaggesca», un «impressionante colpo di mano sul Vero» paragonabile solo alla Canestra di frutta di Caravaggio, cui spesso viene comparato. Maestro della fiasca di Forlì, Fiasca spagliata con fiori, 1615-20. Olio su tela. Roma, collezione privata. La Natura morta a Napoli La più importante scuola di natura morta italiana si affermò a Napoli: gli artisti napoletani produssero infatti capolavori di livello eccelso. Il napoletano Giuseppe Recco (1634-1695), in particolare, fu apprezzatissimo non solo in Italia ma anche in Spagna, dove visse, lavorò e morì: «pittore singolarissimo di fiori, frutti, cose dolci, pesci, cacciagione, verdume, ed altro», secondo le fonti dell’epoca. Tutta la famiglia del Recco, a partire da suo padre Giacomo, considerato fra gli iniziatori del genere a Napoli, sino ai suoi figli, Nicola ed Elena, si configurò come specializzata nel settore. La bottega dei Recco, infatti, produsse Nature morte di cibo, frutta e fauna marina a livello quasi industriale. Giuseppe Recco, Natura morta con pane, biscotti e fiori, XVII sec. Olio su tela. Napoli, Palazzo Zevallos. Giuseppe Recco, Natura morta con fiori e frutti, 1670 ca. Olio su tela, 2,55 x 3,01 m. Napoli, Museo di Capodimonte. Giuseppe Recco, Pescato sugli scogli, XVII sec. Olio su tela, 122 x 175 cm. Collezione privata. Evaristo Baschenis Nel Nord Italia, invece, si distinse il sacerdote bergamasco Evaristo Baschenis (1617-1677) noto col nome di “Prete Evaristo” (per denominazione popolare divenuto poi “Prevarisco”). Dipinse Nature morte con selvaggina e oggetti di cucina ma privilegiò quelle di strumenti musicali, spesso coperti da un sottile strato di polvere. Evaristo Baschenis, Cucina, 1660 ca. Olio su tela. Collezione privata. L’interesse, quasi ossessivo, per tali oggetti si spiega considerando che l’artista medesimo era un musicista, come dimostra il suo unico autoritratto (Trittico Agliardi) in cui si raffigura mentre suona una spinetta. Le composizioni di Baschenis presentano impianti rigorosamente prospettici, gli strumenti musicali sono accostati fra loro in modo da esaltare il gioco delle forme, delle tonalità cromatiche, delle luci e delle ombre. Evaristo Baschenis, Composizione con flauto a becco, chitarra, mandola, violino con arco, liuto attiorbato, viola da arco bassa, fogli con notazioni musicali, libri, mela e lettera, 1670 circa. Olio su tela, 75 × 99 cm. Firmato sul manico del liuto attiorbato: “Evaristo Baschenis P. Bermogi”. Collezione privata. La particolarità e soprattutto l’originalità delle sue tele garantirono a Baschenis una grande fama, non solo nella sua Bergamo ma anche a Roma, Firenze, Venezia e Torino, dove i suoi quadri furono molto richiesti dai collezionisti. Ciò spiega la serialità della sua produzione, con dipinti autografi che si presentano come semplici varianti o copie (seppure con minime differenze) dei suoi originali di maggior successo. Comprensibilmente, data la grande richiesta, altri artisti produssero imitazioni delle opere di Baschenis, inquinando il mercato, tant’è che sono stati poi attribuiti al maestro bergamasco quadri non di sua mano e anche di minore qualità. Due nomi degli imitatori sono noti, perché firmarono i propri quadri: si tratta dei pittori Bartolomeo e Bonaventura Bettera, anch’essi bergamaschi. Evaristo Baschenis, Strumenti musicali, 1665 ca. Olio su tela, 75 x 108 cm. Bergamo, Pinacoteca dell’Accademia Carrara. L'articolo La Natura morta nel Seicento. Prima parte proviene da Arte Svelata.
Feb 19, 2025
13 min
La Valle dei Templi di Agrigento
Versione audio: La città greca di Akràgas fu fondata in Sicilia dagli abitanti della vicina Gela nel 581 a.C. e divenne presto uno dei centri urbani più importanti e prosperi del mondo antico. Fu poi chiamata Agrigento dai Romani. La Valle dei Templi, edificata nel V secolo a.C., occupava il margine sud della città. Non era quindi l’Acropoli, che invece si trovava più a monte. Il nucleo originario, quello di età greca, comprendeva dieci templi, tre santuari e due piazze; in Età romana furono poi edificati alcune necropoli, un quartiere residenziale e una sala del consiglio cittadino. .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:active, .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u8e19caeeb201dee7edcb0b505267f1a2:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Pompei ed Ercolano Tra i templi più importanti si distinguono il Tempio della Concordia (quasi perfettamente conservato), il Tempio di Giunone, il Tempio di Eracle e il Tempio di Zeus Olimpio (ridotti a ruderi).  Con i suoi 1300 ettari di estensione, la Valle dei Templi è uno dei Parchi archeologici più vasti del mondo, oltre che uno dei più famosi. Dal 1997, è diventata patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Una veduta di insieme della Valle dei Templi, 480 a.C. Agrigento. Foto aerea. Tempio di Demetra/Chiesa di San Biagio La visita del Parco archeologico inizia dalla cima della Rupe Atenea dove, ci dice lo storico greco antico Polibio, si trovava un Santuario di Zeus Atabyrios e di Athena Lindia. L’antico Tempio di Demetra, costruito fra il 480 e il 470 a.C., è stato inglobato nella chiesetta medievale di San Biagio. Era un edificio privo del colonnato esterno e costituito da una semplice cella, preceduta da un pronaos con due colonne. Della struttura originaria si conservano il basamento (crepidoma), ancora in parte visibile, i muri esterni della cella e, all’interno, quelli divisori tra cella e pronaos. Chiesa di San Biagio (XIII sec.) ricavata dal Tempio di Demetra, 480 e il 470 a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Facciata. .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:active, .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u539a9921e1ae6d92e208fa2ffc7130e8:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il tempio greco: prima parte Chiesa di San Biagio (XIII sec.) ricavata dal Tempio di Demetra, 480 e il 470 a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Veduta absidale con il crepidoma originale. Tempio di Giunone Scendendo lungo la Via Panoramica dei Templi, s’incontra il cosiddetto Tempio di Hera o di Giunone (Tempio D), in realtà dedicato ad Atena, come suggeriscono gli studi più recenti. Fu edificato a metà del V secolo a.C., intorno al 460-450 a.C. Ha un crepidoma di 4 gradoni. È di ordine dorico, periptero esastilo, con una peristasi di 6 x 13 colonne, a imitazione del Tempio della Concordia con cui condivide le dimensioni generali e alcune singole misure. Cosiddetto Tempio di Giunone, V secolo a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Cosiddetto Tempio di Giunone, V secolo a.C. Cosiddetto Tempio di Giunone, V secolo a.C. Particolare con il crepidoma. Le colonne, alte 6 metri e 44 centimetri, sono costituite da 4 rocchi ciascuna. Il nàos, oggi perduto, era privo di colonnato interno, doppiamente in antis e dotato di prònaos e opistòdomos. L’edificio, come quasi tutti i templi agrigentini, venne distrutto dai cristiani per ricavarne materiale da costruzione. È quindi ridotto allo stato di rudere. Davanti al tempio, si trovano ancora i resti dell’ara sacrificale. Cosiddetto Tempio di Giunone, V secolo a.C. Veduta della peristasi. Tempio della Concordia Il Tempio della Concordia è un tempio dorico periptero di età classica, edificato intorno al 430 a.C. Costruito con un calcare conchiglifero locale, che gli dona una suggestiva tinta dorata, è considerato, per il suo stato di conservazione, uno degli edifici sacri più belli dell’antichità. Non si sa a chi fosse dedicato; il nome «Tempio della Concordia» risale al XVI secolo ed è frutto di una interpretazione fantasiosa delle fonti. Intorno al 590-597 d.C. fu trasformato in basilica cristiana e dedicato ai santi Pietro e Paolo. A quell’epoca risale l’apertura di alcuni archi nelle pareti della cella (6 per lato). Rimase una chiesa fino al 1790 circa: circostanza che ha favorito il mantenimento di un buono stato di conservazione. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Il tempio si innalza su un basamento (crepidòma) formato da quattro gradoni. La peristasi che circonda il naòs è di 6 x 13 colonne. Il tempio è quindi esàstilo. Sullo stilòbate del crepidòma, ossia il gradino superiore, si appoggiano direttamente i fusti delle colonne, senza base. Ogni colonna, alta 6,67 metri, ha il fusto scanalato con 20 scanalature. L’entasi del fusto si trova verso i 2/3 dell’altezza. La colonna è solo lievemente rastremata; essendo il tempio del V secolo a.C., il suo fusto è quasi cilindrico. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Particolare con il crepidoma e le colonne del prospetto. .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:active, .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uc14c03521b4cdc07219c87999af1dce3:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il tempio greco: seconda parte Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Particolare con le colonne della peristasi. L’echino del capitello, poco sporgente, è simile a una tazza. La trabeazione, costituita da architrave, fregio e cornice, ha il fregio decorato da metope e triglifi. I frontoni con i loro timpani sono ancora perfettamente conservati. Il tetto, oggi caduto, era coperto da tegole marmoree. Lo si raggiungeva tramite due scale a chiocciola. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Particolare con il frontone. Il nàos, le cui pareti sono ancora in piedi, è preceduto da un prònaos in antis. Era in antis anche l’opistòdomos, oggi mancante perché distrutto in età cristiana. Il tempio era dipinto con intonaco bianco ad eccezione del fregio e del timpano, colorati di rosso e di blu. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Particolare con il pronaos in antis. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Particolare con le pareti del naos, aperte da arcate in età cristiana. Tempio della Concordia, 440-430 a.C. Modellino ricostruttivo con la cromia originaria. Tempio di Eracle Il Tempio di Eracle, un tempo uno dei più belli dell’antichità, fu edificato intorno al 510 a.C. in onore di Eracle, molto venerato ad Agrigento. Oggi è quasi completamente distrutto ma se ne può intuire l’antico splendore. Sorgeva su un ampio crepidoma di quattro gradoni, che misurava circa 78 metri x 28, occupando una superficie di 2.056,89 mq. Raggiungeva un’altezza di oltre 16 metri. Delle sue 38 colonne (6 su ogni prospetto principale e 15 sui lati lunghi, contando anche quelle degli angoli) se ne conservano solo 9 della peristasi, rialzate nel 1922. Tempio di Eracle, 510 a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Veduta di parte della peristasi. .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b:active, .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ud008b8e1bb0141ec2838c717f875a02b:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Il Partenone Tempio di Eracle, particolare di un rocchio di colonna, con l’incavo utilizzato per montare, tramite un perno, il rocchio superiore. Tempio di Zeus Olimpio Il Tempio di Zeus Olimpio (detto anche Olympeion), costruito nel 480-479 a.C., ebbe il primato di essere il tempio più grande del mondo greco. Oggi è completamente distrutto, essendo crollato a seguito di un terremoto nel 1401. Fino al secolo XVIII, i suoi resti vennero utilizzati come materiale di spoglio. Le poche informazioni in nostro possesso ci impediscono di ricostruirne l’aspetto originario con certezza. Sappiamo che aveva una struttura inconsueta, per i criteri architettonici greci dell’epoca. Su un crepidoma di cinque gradoni si innalzava un recinto dalle pareti continue, decorate con sette semicolonne doriche sui lati corti e quattordici sui lati lunghi. Questa soluzione è detta pseudo-peristasi. Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Veduta angolare. Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Facciata. Il tempio era quindi ettastilo e in facciata presentava due ingressi laterali. In alto, i prospetti erano decorati con colossali telamoni, ossia statue alte sette metri e mezzo, che si alternavano alle semicolonne. Questi giganti, delle gambe serrate e piedi uniti, busto massiccio e possenti braccia ripiegate dietro la testa, parevano reggere il peso della trabeazione e del tetto. In realtà, avevano funzione decorativa. Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Fianco. Tempio di Zeus ad Agrigento. Un telamone caduto. All’interno del recinto, si trovava un corridoio perimetrale che correva intorno ad un nàos molto stretto e allungato, i cui muri erano irrobustiti da dodici pilastri per ciascuno dei lati lunghi. Tempio di Zeus Olimpio, 480-479 a.C. Pianta. Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Veduta dall’alto. Le dimensioni di questo tempio erano davvero inusitate per l’architettura greca. La sola trabeazione era alta 7,48 metri, il diametro delle colonne era di 4,30 metri, con scanalature così ampie che vi si poteva entrare comodamente. L’altezza delle colonne è stata calcolata tra i 14,50 e i 19,20 metri. Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Particolare con le colonne, i telamoni e la trabeazione. .ue4a0db296af029362f375880ee660829 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829:active, .ue4a0db296af029362f375880ee660829:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .ue4a0db296af029362f375880ee660829:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Fidia. Le grandi statue Modellino del Tempio di Zeus ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico Nazionale. Particolare con le colonne e i telamoni Telamone dell’Olympeion, 480-470 a.C. Calcarenite, altezza 765 cm. Agrigento, Museo Archeologico Regionale. Il Guerriero di Agrigento Non sappiamo se i frontoni del Tempio di Zeus avevano statue e se il frego della trabeazione era decorato con bassorilievi. Lo storico greco Diodoro Siculo, vissuto nel I secolo a.C., cita la presenza di scene di Gigantomachia e della Guerra di Troia nelle due facciate, ma non specifica se si trattasse di decorazione frontonale o delle metope. La recente scoperta, tra il Tempio di Zeus e il Tempio di Eracle, dei frammenti di una scultura di guerriero (una coscia, il busto e la testa), oggi ricomposte, fa propendere per la prima ipotesi. Si trattava di una figura in movimento, probabilmente un guerriero caduto in ginocchio impegnato a tenere con il braccio sinistro lo scudo, per proteggersi le spalle. Il braccio destro, perduto, teneva probabilmente la spada. Indipendentemente dalla sua originaria collocazione, la statua è pregevolissima e si configura come un magnifico esempio di Stile Severo in Sicilia. Sia la muscolatura tesa e scattante del busto sia l’espressione concentrata del viso contratto esprimono una potente vitalità. È stata proposta, per questa scultura, l’attribuzione a Pitagora di Reggio. Guerriero di Agrigento, 480-475 a.C. Agrigento, Museo Archeologico Regionale. Tempio dei Diòscuri Il cosiddetto Tempio dei Diòscuri, o Tempio L, anch’esso di ordine dorico, fu costruito nella seconda metà del V secolo. Non ne è rimasto praticamente nulla. È stato chiamato Tempio dei Dioscuri o Tempio di Castore e Polluce (i figli di Zeus e della regina di Sparta) in modo assolutamente arbitrario. Le quattro colonne oggi in piedi sono il risultato di una ricostruzione effettuata a metà Ottocento, con pezzi di epoche diverse rinvenuti in zona. In realtà, paradossalmente, proprio questo frammento di architettura è diventato il simbolo stesso della Valle dei Templi: non c’è souvenir che non lo riproduca. Poche le informazioni, in nostro possesso, sul suo aspetto originario. Sappiamo che anche questo tempio, come quello della Concordia e di Giunone, aveva sei colonne sui lati corti e tredici su quelli lunghi. Probabilmente, il nàos era doppiamente in antis e terminava con prònaos e opistòdomos. Tempio dei Diòscuri, V secolo a.C. Agrigento, Valle dei Templi. Mitoraj: arte moderna, bellezza antica Davanti al Tempio della Concordia è stata installata un’opera d’arte contemporanea. Si tratta dell’Icaro caduto dello scultore polacco Igor Mitoraj (1944-2014), donata dall’artista al sito archeologico della Valle dei Templi. La statua rappresenta il personaggio mitologico di Icaro che, disubbidendo al padre Dedalo, volò troppo vicino al sole, bruciò le sue ali di cera e precipitò nel Mediterraneo. Igor Mitoraj, Icaro caduto, 2011. Bronzo. Agrigento, Valle dei Templi, Tempio della Concordia. Mitoraj è stato molto attivo in Italia. Ha sviluppato un particolare rapporto con il modello statuario classico, concependolo solo nella dimensione del frammento o del reperto archeologico. Icaro caduto sembra un moncone di angelo imperfetto, magnifico nella sua fisicità ma incompiuto. Una caratteristica delle opere di Mitoraj è infatti quella di spezzare le figure, tirando fuori dettagli dall’insieme fino a rendere enigmatica la loro astrazione solenne; i suoi volti hanno la bocca serrata ma anche, quasi sempre, gli occhi chiusi o bendati, quasi a voler marcare la condizione umana di solitudine e di incomunicabilità, una perdita di identità diventata fatalmente collettiva. Diceva: «vivo dell’oggi e questo è il mio modo di raccontarlo». Igor Mitoraj, Icaro caduto, 2011. Particolare del volto. Mitoraj credeva nella bellezza, la cercava e la riconosceva nel mondo, nell’uomo e nel corpo umano in particolare. Per questo egli ha voluto recuperare un rapporto con l’arte classica che alla fine dei conti non si è mai esaurito. Ma quanto l’uomo moderno ha mantenuto, in sé, di quell’antica bellezza, quella stessa che segnò le gloriose civiltà del passato? Non molto, evidentemente. Quell’idea antica di perfezione si è rotta, anzi, è andata in frantumi. Quella mitica percezione di compiutezza è oramai smarrita. L’uomo di oggi, novello Icaro, eroe mutilato, fragile e precario, può solo rimpiangerla, vagheggiarla. Igor Mitoraj, Icaro caduto, 2011. Veduta posteriore. Vero è che, talvolta, nei corpi frammentati di Mitoraj, metafora dei nostri corpi, una piccola finestra ricavata nella carne svela minuscoli volti di uomini nuovi che paiono vivere dentro di loro, e quindi in noi, e che attendono di rinascere. Un piccolo anelito di speranza. Come germogli da una pianta che sembra oramai secca, possiamo, forse, rifiorire. Igor Mitoraj, Icaro caduto, 2011. Particolare della schiena. Igor Mitoraj, Icaro caduto, 2011. Particolare della schiena. L'articolo La Valle dei Templi di Agrigento proviene da Arte Svelata.
Feb 18, 2025
12 min
Clarice Cliff e gli oggetti dell’Art Déco
Versione audio: L’Esposizione Internazionale di Parigi del 1900 si era dimostrata poco aperta alla celebrazione di uno dei miti essenziali del XX secolo: l’arte decorativa. La produzione art nouveau, dai complementi d’arredo all’architettura, aveva trovato uno spazio espositivo molto limitato. Una ripresa di interesse nei confronti delle arti applicate, da parte di pubblico e critica, si ebbe grazie ad una iniziativa italiana: nel 1902, Torino organizzò la prima edizione di una Esposizione Internazionale delle Arti Decorative Moderne. L’esperienza si sarebbe ripetuta nella capitale francese nel 1907, se una serie di circostanze avverse, non ultima la tensione politica tra gli stati che avrebbe condotto allo scoppio della guerra, non avesse bloccato l’iniziativa. Solo nel 1925, si riuscì ad organizzare a Parigi l’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e industriali moderne, da cui fu desunto il nome per il fenomeno che seguì all’Art Nouveau e che segnò il gusto europeo e americano del ventennio successivo: l’Art Déco. Con questo termine, o con quello ugualmente diffuso di Stile 1925, si classificano oggetti di design, motivi decorativi, lavori di grafica e perfino alcune opere di pittura, scultura e architettura realizzate in Europa e negli Stati Uniti fra il 1915 e il 1940. René Lalique, Boccette di profumo, anni Venti-Trenta. Collezione privata. Lalique L’arte del vetro ebbe una notevole importanza per l’affermazione dell’Art Déco. Gli architetti attribuirono sempre a questo materiale un ruolo all’interno dei loro progetti e le grandi vetrate déco, che arricchiscono gli edifici realizzati negli anni Venti e Trenta, costituiscono ancora oggi una testimonianza quanto mai significativa di questo stile. In Europa, l’artista del vetro più famoso ed influente fu il francese René Lalique (1860-1945), già protagonista indiscusso della precedente Art Nouveau. .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f:active, .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u5a4ad3ee7b7e7bedce32c379dbc7062f:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Grafica e oggetti dell’Art Nouveau René Lalique, Boccette di profumo, anni Venti-Trenta. Collezione privata. Lalique aveva iniziato la sua carriera come orafo, conquistando uno straordinario successo internazionale con i suoi magnifici gioielli. A partire dagli anni Venti, la sua ditta produsse centinaia di modelli di boccette di profumo, scatole, vasi, orologi e ancora lampade, cornici per fotografie e servizi da tavola: pezzi, in vetro lavorato e talvolta colorato, caratterizzati per la loro luminosa opalescenza. Lalique realizzò anche monumentali complementi per l’architettura: ricordiamo solo i pannelli con figure per i più grandi hotel inglesi e americani. Il successo incontrastato di questo artista incoraggiò molte altre vetrerie ad imitare la sua produzione ma la tecnica segreta e impareggiabile di Lalique non fu mai eguagliata. René Lalique, Lampada Tiara veilleuse. I fratelli Daum Tra gli opifici più rinomati dell’epoca, è da ricordare anche la celebre industria francese dei fratelli Daum, che aveva prodotto vetri art nouveau dal 1880 al 1900. I loro oggetti déco in vetro inciso o porcellana, realizzati soprattutto negli anni Trenta, si caratterizzarono per il frequente ricorso a motivi floreali fortemente stilizzati e a forme decorative geometriche, soprattutto linee rette e forme circolari combinate, in modo da creare composizioni astratte dove potevano inserirsi frutti, motivi floreali o paesaggi stilizzati. .u8993933c494f9827005765667ed27f60 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u8993933c494f9827005765667ed27f60:active, .u8993933c494f9827005765667ed27f60:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u8993933c494f9827005765667ed27f60 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u8993933c494f9827005765667ed27f60 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u8993933c494f9827005765667ed27f60 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u8993933c494f9827005765667ed27f60:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 8: Frida Kahlo La forma più comune di vasi, tazzine e teiere era piuttosto semplice, priva di elementi superflui; talvolta invece, questi oggetti assumevano forme molto irregolari, senza dubbio originali ma, nel complesso, poco funzionali. Manifattura dei fratelli Daum, Vaso, 1927-33. Vetro glassato e inciso. .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a:active, .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uc4e5365ec6beb99db6273237a280eb3a:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 12. Le surrealiste: Carrington e Tanning Manifattura dei fratelli Daum, Vaso, 1927-33. Vetro soffiato con montatura in ferro battuto. Collezione privata. Hoffmann e Gio Ponti Hoffmann, grande protagonista dell’Art Nouveau austriaca, continuò la sua produzione di oggetti anche durante la stagione Art Déco. Le scanalature e le bande verticali delle sue tazze e dei suoi vasi costituirono uno dei motivi decorativi più diffusi di questo stile. Joseph Hoffmann, Servizio da caffè, 1925. Porcellana smaltata. Prodotto da Augarten, Vienna. L’architetto italiano Gio Ponti (1891-1979) è considerato tra le figure più rappresentative nel settore della produzione di ceramica nel periodo Art Déco. Direttore della ditta di porcellane e ceramiche Richard Ginori dal 1923, ideò una serie di oggetti originali per forma e decoro. .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6:active, .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u5b172875f7850b69df58ab98425ea3e6:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 10: Tamara de Lempicka Un particolare settore di produzione art déco fu quello delle statuine in ceramica. I soggetti potevano ispirarsi all’antichità (ninfe, dee con gli occhi a mandorla e le sopracciglia molto arcuate) o essere moderni e divertenti (donne elegantemente vestite, ballerini o musicisti con abiti vivacemente colorati). Gio Ponti, Piatto I progenitori, 1924. Porcellana decorata a figure blu con profili in oro, diametro 33,5 cm. Mercato antiquario. Clarice Cliff Nella storia del design déco merita un posto di rilievo la ceramista inglese Clarice Cliff (1899-1972), una vera pioniera nel suo campo. Operaia da quando aveva 13 anni, decorava a mano ceramiche molto classiche, ma la sera studiava per apprendere nuove tecniche e imparare nuovi stili. Clarice Cliff in una foto degli anni Trenta. All’inizio degli anni Venti, venne notata da uno dei proprietari della fabbrica in cui lavorava, Colley Shorter, che poi, anni dopo, sarebbe diventato suo marito. Shorter decise di puntare sulla talentuosa ceramista e le consentì di creare una propria linea di prodotti, Bizarre, firmata, con una sigla di vernice color ruggine, Bizarre by Clarice Cliff e caratterizzata da decorazioni a figure geometriche o naturali molto stilizzate, pennellate spesse e corpose, colori squillanti. Clarice Cliff, servizio da caffè della linea Bizarre, 1927. Collezione privata. .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7:active, .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u0d15ec3cfc1ccced05f15e7fee4972a7:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Le artiste 11: Georgia O’Keeffe Clarice Cliff, tazza da tè e piattino della linea Bizarre, 1927. Collezione privata. Clarice Cliff, tazzina da caffè della linea Bizarre, 1927. Collezione privata. La collezione, così moderna e allegra, pensata per un pubblico ampio e non esclusivo, lasciò sconcertati i maschi dell’epoca, tendenzialmente conservatori, ma entusiasmò le donne, che garantirono alle ceramiche Bizarre, e alla loro autrice, un successo clamoroso, e per almeno vent’anni. Forte dei risultati ottenuti, la Cliff intervenne anche sulle forme degli oggetti (servizi da tè e da caffè, vasi, bicchieri, piatti) proponendo audacissimi profili spezzati invece dei tradizionali curvi o circolari e giochi di volumi intersecati. Senza dubbio, gli oggetti rivoluzionari di questa artista contribuirono a trasformare e modernizzare il gusto europeo del primo Novecento. La stessa Cliff fu un modello vincente di riscatto sociale e di emancipazione femminile, diventando la prima donna direttrice artistica delle fabbriche di ceramiche Newport Pottery e A. J. Wilkinson. Clarice Cliff, piatto ottagonale della linea Bizarre, anni Trenta. Collezione privata. .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f:active, .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u1b51ed272cbb38f3af5aa9309fbd164f:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  I segni dell’Art Déco e la donna degli “Anni Ruggenti” Clarice Cliff, caffettiera Blue and White della serie Conical, 1929 ca. Collezione privata. Clarice Cliff, teiera della serie Conical, 1929 ca. Collezione privata. Clarice Cliff, teiera della serie Trees and houses, anni Trenta. Collezione privata. La plastica déco Grazie alle sue caratteristiche formali semplici e geometriche, il gusto déco (a differenza di quello art nouveau) si prestò ad essere tradotto in una versione massificata. Se i primi oggetti déco erano stati straordinariamente costosi, perché prodotti per una clientela prestigiosa, presto l’industria si lanciò a riproporli con materiali meno pregiati e per tutte le tasche. La diffusione di nuove materie, come la plastica, alimentò anche la richiesta di pezzi destinati all’uso domestico o al grande pubblico, coerentemente rispondenti a un diverso principio estetico. I designers industriali inventarono nuove forme per accendini, macchine fotografiche, apparecchi radiofonici, jukebox, mezzi di trasporto, e ridisegnarono oggetti tradizionali, come lampade, orologi e portacipria. Fu completamente rivoluzionata la concezione di alcuni elettrodomestici, come il celebre aspirapolvere della Hoover, il telefono da tavolo, la lavatrice e il frigorifero, la celeberrima macchina da scrivere MP1 della Olivetti. L. e P. Castiglioni, Radio Phonola, 1939. Collezione privata. Jean Heiberg, Telefoni da tavolo DBH 1001, 1932-37. 26.54 Macchina per scrivere Olivetti modello MP1, 1938. Macchina per scrivere Olivetti modello MP1, 1938. L'articolo Clarice Cliff e gli oggetti dell’Art Déco proviene da Arte Svelata.
Feb 17, 2025
7 min
Da Van Gogh a Kierkegaard. La chiesa di Auvers
Versione audio: Vincent van Gogh (1853-1890) fu un pittore olandese, tra i più importanti del XIX secolo e di tutti i tempi. In pochi anni di attività, dipinse quasi novecento quadri e realizzato più di mille disegni. Con la sua arte fortemente espressiva, influenzò profondamente l’arte del Novecento. Fu sempre un uomo difficile, angosciato e come tale distruttivo per sé stesso e per gli altri. Un infelice che procurava infelicità. .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562:active, .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .uccbacf15aa444bb260364e12c943b562:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Van Gogh, passione e tormento Non sorrideva mai. Era sempre trasandato, capelli rossi arruffati e barba incolta. Anche il suo comportamento era strano: stava a lungo zitto, poi iniziava a parlare e non la smetteva più. Vincent Van Gogh, Autoritratto, primavera 1887. Olio su cartone, 42 x 33.7 cm. Chicago, Art Institute. Tutti lo consideravano bizzarro, ma per molti era proprio matto e così la gente lo evitava. Infatti, Vincent soffrì tantissimo di solitudine. Poco prima del Natale 1888, in preda a una crisi, Vincent si tagliò l’orecchio sinistro. Venne prima ricoverato presso l’ospedale di Arles, poi nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, dove dipinse capolavori intensi, tra cui La notte stellata. Nel 1890, si trasferì ad Auvers-sur-Oise, presso Parigi, per essere curato dal dottor Paul Gachet. Ma il suo equilibrio psichico era molto compromesso, la vita gli appariva come bloccata dal dolore. L’unica forma di consolazione rimase la pittura. Vincent Van Gogh, La chiesa di Auvers, maggio-giugno 1890. Olio su tela, 94 x 74 cm. Parigi, Musée du D’Orsay. La chiesa di Auvers Ad Auvers, appena un mese prima di morire, Van Gogh volle dipingere la piccola chiesa del paese, dedicata a Notre-Dame, un minuscolo edificio gotico del XII-XIII secolo. Leggiamo in una lettera indirizzata alla sorella Wilhelmina: «Ho un’immagine più grande della chiesa del villaggio, con effetto in cui la costruzione sembra essere viola contro un cielo di semplice blu scuro, cobalto puro; le finestre sembrano come macchie di blu oltremare, il tetto è violetto e in parte aranciato. .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018:active, .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u2040cc2b072c733daa8cb91eb6785018:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Vincent Van Gogh e la Notte stellata Sullo sfondo, alcune piante in fiore e sabbia con il riflesso rosa del sole. Ed ancora una volta è simile agli studi che ho fatto a Nuenen della vecchia torre del cimitero, solo probabilmente ora il colore è più espressivo, più sontuoso». Van Gogh aveva scelto, per rappresentare la chiesa, una veduta absidale. Come suo solito, aveva trasformato completamente ciò che si trovava davanti ai suoi occhi. Vincent Van Gogh, La chiesa di Auvers, maggio-giugno 1890. Particolare. Un pieno di Cielo Nel quadro di Vincent, intitolato La chiesa di Auvers, il sentiero in primo piano che si biforca così come il prato che circonda l’edificio sono diventati incerti e malfermi. Anche la chiesa presenta forme fluide e ondulate, con un effetto vagamente ipnotico. La terra si agita e in tal modo esprime l’agitazione interiore dell’artista. Il cielo invece, simbolo del divino, è calmo e sembra entrare nell’edificio e riempirlo totalmente; un Cielo che richiama chiaramente la fede di Vincent, l’unica àncora che gli restava per contrastare la perdita del dominio di sé. .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6:active, .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u569174a064f61ce41e0bfcb6d9e6f1b6:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh Sappiamo che in Van Gogh il pessimismo esistenziale, oramai radicato in modo profondo e come tale inestirpabile, conviveva a fatica con una fede coltivata negli anni, contrastata, vacillante ma mai del tutto ricusata. Una fede (in Dio, innanzi tutto, ma anche nella vita) che non sarebbe stata sufficiente a salvarlo ma che fino all’ultimo, come dimostra questo dipinto, accompagnò la sua faticosa esistenza. Vincent Van Gogh, La chiesa di Auvers, maggio-giugno 1890. Particolare. L’esistenzialismo di Kierkegaard Questa particolare posizione esistenziale richiama il pensiero del filosofo e teologo ottocentesco Søren Aabye Kierkegaard (1813-1855), considerato da molti studiosi il precursore dell’esistenzialismo. Profondamente segnato da alcuni lutti familiari e soprattutto dalla rigidissima educazione impartitagli dagli anziani genitori, Kierkegaard fu, come Vincent, un uomo profondamente introspettivo e malinconico. «Fin dall’infanzia sono preda della forza di un’orribile malinconia, la cui profondità trova la sua vera espressione nella corrispondente capacità di nasconderla sotto apparente serenità e voglia di vivere»: così racconta il filosofo, che giunse a credersi oggetto di una maledizione divina, per una qualche “grave colpa” commessa nel passato da suo padre. Ritratto di Søren Kierkegaard pubblicato nel saggio Selezioni dagli scritti di Kierkegaard (1923). Biblioteca Reale, Danimarca. Secondo Kierkegaard, la dimensione esistenziale dell’uomo è segnata dalla disperazione, dall’angoscia e dal senso di inadeguatezza. La disperazione nasce da un rapporto serio dell’uomo con sé stesso, l’angoscia da un rapporto serio dell’uomo con il mondo, il senso di inadeguatezza dall’impossibilità dell’uomo di essere autosufficiente senza Dio. Infatti, per Kierkegaard (che restò sempre, fondamentalmente, un pensatore cristiano), l’unico esito positivo che angoscia e disperazione possono avere è la fede, intesa come fiducia assoluta e incondizionata nella chiamata divina. Chiesa di Notre Dame de l’Assomption ad Auvers sur Oise, Francia, XII-XIII secolo, vista dalla stessa posizione in cui Van Gogh la dipinse. Una possibilità positiva Dio costituisce l’unica possibilità infinitamente positiva. L’uomo che ha fede riconosce la sua insufficienza ma non la vive come un peso perché accetta la sua dipendenza da Dio. Chi crede sa che non è suo compito compiere il possibile: egli non si determina da sé. Davanti a tante circostanze della vita, anche faticose e dolorose, esiste quindi una possibilità di riscatto. Kierkegaard la identifica con il divino, con la fede in Dio, che non cancella l’angoscia ma alimenta la speranza. .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035 { padding:0px; margin: 0; padding-top:1em!important; padding-bottom:1em!important; width:100%; display: block; font-weight:bold; background-color:#FFFFFF; border:0!important; border-left:4px solid #F1C40F!important; box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -moz-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -o-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); -webkit-box-shadow: 0 1px 2px rgba(0, 0, 0, 0.17); text-decoration:none; } .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035:active, .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035:hover { opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; text-decoration:none; } .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035 { transition: background-color 250ms; webkit-transition: background-color 250ms; opacity: 1; transition: opacity 250ms; webkit-transition: opacity 250ms; } .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035 .ctaText { font-weight:bold; color:#2C3E50; text-decoration:none; font-size: 16px; } .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035 .postTitle { color:#34495E; text-decoration: underline!important; font-size: 16px; } .u9121dbcd9aa51668572c43ee99b39035:hover .postTitle { text-decoration: underline!important; } Leggi anche:  Della pazzia di Van Gogh e della sua morte È come se l’angoscia e la malinconia, che connotano per il filosofo la condizione umana, portassero con sé la promessa di un Bene maggiore: una domanda di senso che non può non lasciarci indifferenti e ci spinge a cercare una risposta. Certo, l’affidamento totale a Dio (come quello che scelse di vivere Abramo, nell’Antico Testamento) è paradossale e scandaloso, è una scelta che non può essere giustificata razionalmente in alcun modo e che rappresenta un rischio assoluto. Per tutta la vita Vincent Van Gogh accettò questo rischio: poi, cedette allo sconforto e rinunciò. Chiesa di Notre Dame de l’Assomption ad Auvers sur Oise, Francia. Veduta al tramonto. L'articolo Da Van Gogh a Kierkegaard. La chiesa di Auvers proviene da Arte Svelata.
Oct 18, 2024
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